Natale, "Gesù nacque a giugno"
Lo sostiene un astronomo australiano
"Gesù nacque a giugno". E' quanto sostiene un astronomo australiano che, grazie a un complesso software, ha disegnato la posizione esatta di tutti i corpi celesti che brillarono sopra la Terra Santa più o meno all'epoca della nascita di Cristo. Inoltre, secondo l'astronomo, la stella cometa che guidò i Re Magi fino alla stalla a Betlemme fu il frutto di una congiunzione dei pianeti Venere e Giove, così vicini da sembrare un'unica "scia luminosa".
Dave Reneke, questo il nome dello scienziato, ha svelato quello che probabilmente fu lo straordinario evento astronomico che segnò la nascita di Gesù Bambino. Secondo Reneke, i Re Magi interpretarono l'evento astrale come il segno che attendevano e seguirono la "stella" fino alla stalla a Betlemme, come era scritto nella Bibbia.
Usando come termine di riferimento il Vangelo di Matteo, Reneke ha localizzato l'eccezionale congiunzione planetaria, apparsa nella costellazione del Leone, al 17 giugno dell'anno secondo prima della nascita di Cristo.
Secondo Reneke, la sua ricerca non ha alcun intento demistificatorio. Tutt'altro: servirà a "rinforzare la fede" perché davvero dimostra che "ci fu un evento straordinariamente luminoso in quell'epoca". Nel passato, la stella di Natale di cui parlano i Vangeli era stata spiegata come una "supernova" o anche come una vera e propria cometa.
http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo435501.shtml
il Giornale.it
n. 296 del 2008-12-11 pagina 19
La sorpresa di Natale? «Gesù è nato a giugno»
di Erica Orsini
La tesi è sostenuta da un astronomo australiano. Grazie a un «software sofisticato» Reneke avrebbe calcolato la posizione dei corpi celesti sulla Terrasanta all’epoca della Natività e fissato una nuova data, a fine primavera
LondraGesù Cristo nacque in giugno, non in dicembre. A sostenerlo questa volta sono dei ricercatori australiani che hanno ricostruito al computer l’esatta posizione nel cielo della stella cometa che guidò i re magi alla stalla di Betlemme. E anche sulla stella dalla lunga coda ci sarebbe qualcosa da dire visto che nell’ultima versione diventa la congiunzione planetaria tra Venere e Giove, insolitamente luminosa.
Secondo la nuova ipotesi, le novità sarebbero due. Astrologicamente parlando, il Bambin Gesù sarebbe dei Gemelli anziché del Capricorno come si era sempre pensato; e poi dovremmo rivedere la data della più importante festività cristiana, perché Natale cadrebbe in primavera, quasi in estate, anziché in inverno. Quasi sicuramente però non è questo che vuole suggerire l’ultimo studio dell’astronomo Dave Reneke. Lo studioso sostiene di aver voluto solo ricostruire nel dettaglio un evento astronomico di grande spettacolarità verificatosi nel cielo sopra alla Terrasanta più di duemila anni fa. Utilizzando un software molto sofisticato Reneke ritiene di aver individuato l’esatta posizione dei corpi celesti al momento della nascita di Cristo spiegando che molto probabilmente i re magi interpretarono la loro luminosità come un segno di qualcosa atteso da tempo e seguirono quella che appariva loro come una stella fino a Betlemme, come racconta la Bibbia.
Secondo gli studiosi Gesù vede la luce tra il terzo anno prima di Cristo e il primo dopo Cristo. Usando il Vangelo di Matteo come punto di riferimento temporale, l’astronomo australiano ha individuato la congiunzione planetaria che appare nella costellazione del Leone esattamente il 17 giugno nell’anno secondo prima di Cristo. «La tecnologia attuale ci ha permesso di ricreare il cielo di quella notte di duemila anni fa - ha spiegato Reneke che attualmente è anche direttore di Sky and Space Magazine -. Non possiamo affermare con certezza che la congiunzione tra Giove e Venere fosse la stella vista dai re magi, ma senza dubbio questo è il risultato più convincente. L’astronomia è una scienza precisa». Secondo Reneke, dicembre sarebbe una data arbitraria che gli uomini hanno scelto come mese di nascita del Salvatore, ma questo non significa che si tratti del mese giusto. Del resto non è la prima volta che si discute sulla data di nascita del figlio di Dio. Secondo il vangelo di Luca, Cristo sarebbe nato in occasione di un censimento, ma l’unico censimento disposto dai Romani in Palestina è quello del 6 o 7 dopo Cristo. Matteo racconta invece che Gesù nasce ai tempi del re Erode che morì nel 4 avanti Cristo.
Ripercorrendo le Scritture, qualcuno ha già fatto osservare che proprio il particolare dei pastori che vedono la stella cometa durante la notte, mentre portano a pascolare il loro gregge farebbe pensare che si tratti di una sera primavera o estiva, essendo le notti invernali in Palestina particolarmente rigide. Anche la stella cometa prima di essere una congiunzione planetaria è stata a sua volta per altre teorie una Supernova apparsa attorno al 5 avanti Cristo. Alla fine però che differenza fa per il comune credente sapere se Gesù nasce con l’afa o con il gelo? Nei Paesi caldi la gente il Natale lo può anche celebrare in spiaggia, ma la fede rimane immutata. Babbo Natale, lui sì che suderebbe se dovesse portare i suoi regali a metà giugno, ma quella è tutta un’altra storia.
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sabato 13 dicembre 2008
MAGDALA: SCOPERTE AMPOLLE DI PROFUMO DI 2000 ANNI FA

Magdala, scoperto il profumo della Maddalena
di Giuseppe Caffulli
Gerusalemme, 10 dicembre 2008
Preziose ampolle in terracotta e in vetro finissimo, contenenti quello che potrebbe rivelarsi come il «profumo della Maddalena», l'unguento usato per ungere i piedi di Cristo. La notizia del ritrovamento arriva dal sito archeologico di Magdala, sulla riva occidentale del lago di Galilea (o di Tiberiade), dove sono impegnati da diversi anni gli archeologi dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme.
Nel complesso termale compreso nella più vasta area archeologica di Magdala è stato rinvenuto un ninfeo del I secolo d.C. che ha restituito agli studiosi materiale di grandissima importanza: «In una piscina sovrastata da un arco e colma di fango - spiega padre Stefano De Luca, il direttore degli scavi - abbiamo trovato piatti e coppe in legno, oltre ad altro materiale risalente al più tardi al 70 d.C. Piatti e tazze di legno erano probabilmente l'equipaggiamento dei soldati romani, il che dice molto sulla vita della città a quel tempo. Il ninfeo, come il resto del complesso termale, era in uso ai tempi di Gesù e venne distrutto dalla campagna di Tito Vespasiano nel 66-67 d.C.. Sul livello di distruzione è stato ricavato nel III secolo un secondo pavimento che ha salvato il materiale coperto dalla demolizione. Il ritrovamento di oggetti in legno è eccezionale, visto il contesto di Madgala, una zona umida affacciata sul lago di Tiberiade».
Oltre alle tante suppellettili rinvenute, che gettano nuova luce sulla vita quotidiana di Magdala nel I secolo (secondo lo storico Giuseppe Flavio la città contava a quel tempo oltre 40 mila abitanti ed era il centro nevralgico della regione), gli scavi della campagna condotta dall'archeologo francescano hanno portato alla luce qualcosa di davvero unico. «Sul fondo delle piscine frequentate dalle donne, con scalini e banchi lungo le mura, abbiamo trovato una quantità di suppellettili femminili: oggetti per i capelli, per il trucco, spille... Le particolari condizioni del sito, riempito di fango, ci hanno permesso la repertazione di oggetti davvero straordinari, come alcuni unguentari intatti e sigillati, contenenti ancora materia grassa. Noi pensiamo che si tratti di balsami e profumi. Se l'analisi chimica lo confermerà, potrebbero essere i profumi e i balsami analoghi a quelli che la Maddalena o la peccatrice del Vangelo usarono per ungere i piedi di Cristo».
L'identificazione della peccatrice che lava e unge i piedi di Cristo (Lc 7,37-50) con la Maddalena non è certa ed è tardiva. Dai Vangeli sappiamo solamente che Maria chiamata la Maddalena, era la donna «dalla quale erano usciti sette demoni» (Lc 8,2). La Maddalena appartenne fin dagli inizi al gruppo delle discepole itineranti che seguivano Gesù. Nel racconto giovanneo la troviamo menzionata sotto la croce insieme alla «madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa » (Gv 19,25). La Maddalena è quindi certamente «presso la croce di Gesù» ed è la prima a recarsi al Sepolcro dove vede e riconosce Cristo risorto da morte. Alla Maddalena Gesù si rivolge chiamandola per nome: «Maria!» e a lei affida l'annuncio della resurrezione.
«La scoperta degli unguentari di Magdala ha comunque una grandissima importanza - spiega padre De Luca -. Se anche non fosse la Maddalena la donna che ha unto i piedi del Cristo, abbiamo tra le mani i "prodotti cosmetici" del tempo di Gesù. È insomma molto probabile che la donna che ha unto i piedi di Gesù abbia usato proprio questi unguenti, o prodotti comunque simili per composizione e qualità organolettiche».
Ora le ampolle con il «profumo della Maddalena» sono state affidate ai laboratori di un'importante università italiana e non si esclude di poter arrivare a riprodurre chimicamente i balsami e gli unguenti in uso al tempo di Gesù.
(Nel numero di gennaio-febbraio 2009 del bimestrale Terrasanta torneremo più diffusamente sull'argomento)
(Nella foto una immagine di una delle ampolle trovate a Magdala)
http://www.terrasanta.net/terrasanta/att_det.jsp?wi_number=1403&wi_codseq=
Il fatto della risurrezione di Gesù
LA STORICITÀ DI GESÙ
Il fatto della risurrezione di Gesù
Gesù morì sulla croce verso le tre del pomeriggio del venerdì 14 Nisan (7 aprile), vigilia della Pasqua dell’anno 30 (cfr. Gv 19,31-34). Il cadavere avrebbe dovuto essere tolto dalla croce e gettato nella fossa comune. Invece Giuseppe di Arimatea, un personaggio ragguardevole, membro del Sinedrio e discepolo di Gesù, ma di nascosto, si presentò a Pilato e gli chiese di poterlo seppellire in una tomba nuova, scavata nella roccia e posta in un giardino, vicino al luogo della crocifissione. Tutto fu fatto in gran fretta, perché al tramonto iniziava il giorno della Pasqua, nel quale era proibito prendersi cura dei cadaveri. Alcune donne tennero ben in mente il luogo del sepolcro, perché avevano intenzione di tornare il giorno dopo il sabato per rendere al cadavere di Gesù gli onori dovuti. Ma, giunte al sepolcro, trovarono la pietra ribaltata e il cadavere di Gesù era scomparso. Solo le bende che lo avevano avvolto e il sudario erano al loro posto. Ricevettero pure un annuncio: “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui” (Mc 16,6).
Il crocifisso è risorto
"Gesù Nazareno, il crocifisso, è risorto”. Questa piccola frase costituisce l’annuncio del fatto più incredibile della storia umana: la risurrezione di Gesù di Nazareth, la sua vittoria sulla morte, in virtù della quale Gesù oggi è “vivente”. Fatto incredibile, perché se c’è una cosa di cui siamo assolutamente sicuri è che dalla morte non si ritorna alla vita, salvo un miracolo – evento assolutamente eccezionale – da parte di Dio. E tuttavia, per quanto incredibile, il fatto della risurrezione è affermato a proposito di Gesù: proprio su di esso da 20 secoli poggia il cristianesimo, al punto che, se Cristo non fosse risorto, tutta la fede cristiana crolla. Quale fondamento ha tale affermazione?
IL NUOVO TESTAMENTO – L’unica testimonianza storica che abbiamo della risurrezione di Gesù è quella del Nuovo Testamento: tutti i libri neotestamentari ne parlano, e non come uno dei fatti riguardanti Gesù, ma come il fatto centrale e costitutivo della fede cristiana. Alcuni testi sono più recenti ed elaborati, ma altri sono assai antichi e primitivi.
LA PRIMA LETTERA AI CORINZI – La testimonianza più antica è contenuta nella Prima lettera di san Paolo ai cristiani di Corinto (cfr. 1Cor 15,1-11). Questa lettera, secondo la grande maggioranza degli studiosi, è stata scritta da Paolo tra il 55 e il 57 d.C. Egli parla in essa dei problemi sorti nella città di Corinto, dove era giunto negli anni 50-51 e nella quale, con grande fatica, aveva costituito una comunità. Un problema assai vivo era quello della risurrezione dei credenti (cfr. 1Cor 15,12). Alcuni “illuminati” e “spiritualisti” ritenevano di essere già giunti alla salvezza “spirituale” e di non aver bisogno di una risurrezione “corporea”. Per combattere tale idea, Paolo ricorda la Buona Notizia che egli, fin dall’inizio del suo apostolato, aveva trasmesso, e che, a sua volta, aveva ricevuto dalla primitiva comunità cristiana, dai “ministri della Parola” con i quali era venuto a contatto sia nel soggiorno ad Antiochia (verso gli anni 40-42), sia verso l’anno 35, al tempo della sua conversione. Siamo in una data estremamente vicina ai fatti, poiché Gesù – con molta probabilità – è stato crocifisso il 7 aprile dell’anno 30. Gli scritti di Paolo sono stati dunque composti in una data che dista appena pochi anni (5-10) dalla morte di Gesù, e in cui il suo ricordo è ancora vivissimo. Ora, che cosa ha ricevuto Paolo? Un breve riassunto della fede cristiana:
1. Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture;
2. Cristo fu sepolto;
3. Cristo è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture;
4. Cristo è apparso a Cefa (cioè Pietro) e quindi ai Dodici.
Il primitivo “credo” cristiano
CRISTO È MORTO PER I NOSTRI PECCATI SECONDO LE SCRITTURE – Abbiamo già esaminato in precedenza gli avvenimenti della passione e morte di Gesù sulla croce e non c’è bisogno di ritornarvi. Ma Paolo aggiunge due affermazioni che chiedono di essere spiegate. Dice anzitutto che Cristo è morto “per i nostri peccati”: è una affermazione di fede che sottolinea il valore salvifico della morte di Gesù, in quanto è in forza della morte che Cristo ha sofferto “per noi” che noi riceviamo il perdono di Dio e la riconciliazione con Lui. E tale affermazione di fede è “secondo le Scritture”, poggia sulla rivelazione di Dio, è il naturale compimento delle Scritture. In particolare, l’affermazione “per i nostri peccati” poggia su una parola di Gesù (cfr. Mc 10,45) e il fatto che egli è venuto “per dare la propria vita in riscatto per molti”, cioè per la totalità degli uomini, è qualcosa di totalmente estraneo alle attese giudaiche: il Messia non solo non poteva morire, ma non doveva neppure morire per loro (in riscatto dei loro peccati), né tanto meno per tutti.
CRISTO FU SEPOLTO – Questo secondo punto del primitivo “credo” cristiano indica la definitività della morte di Gesù. La sua non è stata una morte apparente, da cui avrebbe potuto riprendersi. Non solo egli, mentre peneva morto dalla croce, ha ricevuto il colpo di lancia da un soldato, ma è stato calato dalla croce e deposto in un sepolcro, un sepolcro “nuovo” perché il cadavere di un giustiziato non doveva contaminare quello degli altri defunti. La sepoltura del cadavere esprime la definitività della morte, nel senso che con essa si perde anche l’ultimo legame – il cadavere – che unisce il defunto al mondo dei viventi. Con la sepoltura l’uomo non c’è più, neppure in quella “cosa” fredda e inanimata che non è più il suo “corpo”, ma che tuttavia lo ricorda e lo raffigura: egli è veramente e definitivamente morto. Questa affermazione di Paolo è storicamente certa, affermata da tutti e quattro i Vangeli con abbondanza di particolari.
CRISTO È RISUSCITATO IL TERZO GIORNO SECONDO LE SCRITTURE – Il terzo punto del primissimo “credo” cristiano merita un esame più approfondito. Esso pone tre problemi.
1. Il verbo eghêghertai (perfetto passivo di egheirô, risuscitare) deve essere inteso in senso passivo (“è stato risuscitato”) o in senso intransitivo (“è risorto”)? Le due traduzioni sono ugualmente accettabili sotto il profilo grammaticale, ma sotto quello teologico hanno un senso diverso: nel primo caso la risurrezione di Gesù è attribuita a una azione di Dio (“Dio lo ha risuscitato dai morti”: At 4,10; cfr. 1Ts 1,10; Rm 4,24; At 2,32; 13,37); nel secondo la risurrezione di Gesù è attribuita alla sua propria potenza. La prima formula è la più antica (il Padre ha risuscitato Gesù da morte), la seconda è la più recente (Gesù è risorto da morte).
2. Le parole “il terzo giorno” indicano la data della risurrezione o hanno un significato non “storico”, ma “metastorico” e quindi “teologico”? Gli esegeti sono divisi. Alcuni vedono non l’indicazione della data della risurrezione (nessuno ha visto Gesù risorgere e non si può quindi sapere il quando) ma l’indicazione che il suo soggiorno nella tomba è stato breve, non ha superato “il quarto giorno”, dove si può parlare di una dimora “stabile” nel sepolcro (cfr. Gv 11,39). Ad altri sembra meno artificioso vedere una vera indicazione cronologica (ripresa da Os 6,2), che colloca la risurrezione in una serie di fatti (morte, sepoltura, risurrezione, apparizioni) per dire che anch’essa è un fatto realmente avvenuto e quindi databile.
3. L’inciso “secondo le Scritture” si riferisce al “terzo giorno” oppure alle parole “è risuscitato”? La maggioranza degli studiosi propende per l’attribuzione delle parole “secondo le Scritture” alla frase “è risuscitato”, perché è la risurrezione che per sé realizza le Scritture e ne fa comprendere il compimento, e non il fatto, per sé accessorio, che sia avvenuta “il terzo giorno”, anche se il riferimento ad Osea farebbe propendere, secondo altri esegeti, per questa soluzione.
CRISTO È APPARSO A CEFA E QUINDI AI DODICI – Ma quello che più importa è precisare il senso di “risurrezione”: Gesù, dopo essere realmente morto, ha vinto la morte ed è tornato alla vita. Non però alla vita precedente alla sua morte, ma nella pienezza della vita divina. Il suo corpo è sì reale, è il corpo di Gesù di Nazareth che ha subito la crocifissione, ma è pure un “corpo di gloria”. Ed è questo ciò che fu visto dai molti testimoni, come avremo modo di analizzare in seguito, prendendo in esame i “segni” della risurrezione.
I “segni” della risurrezione di Gesù
La Chiesa primitiva ha affermato – e lo afferma anche la Chiesa di oggi – che Gesù è risuscitato da morte. Ma in base a quali elementi ha fatto tale affermazione? In base a un atto di fede o in base a fatti storici, a esperienze storicamente documentabili?
LA RISURREZIONE DI GESÙ È UN FATTO STORICO – Precisiamo che la storicità di cui parliamo non riguarda il “modo” della risurrezione, che per noi resta assolutamente misterioso e in attingibile, ma il “fatto”, l’avvenimento storico in se stesso. E parlando di “fatto” storico, intendiamo dire che Gesù è risorto obiettivamente, nella realtà e non solo nella coscienza di coloro che hanno creduto nella sua risurrezione. Intendiamo dire che qualcosa di obiettivo e di reale è avvenuto nella persona di Gesù, per cui dalla condizione di morto sulla croce e deposto nel sepolcro è passato alla condizione di Vivente e di Signore della storia.
UNA OPPORTUNA DISTINZIONE – Per rispondere alla domanda dobbiamo distinguere tra ciò che è storico e direttamente verificato, e ciò che è storico anche se non direttamente verificato. In altre parole: tra ciò che è “storico” e ciò che è “reale”. È storico e direttamente verificato ciò che è collocabile nell’ambito dell’esperienza e della verificabilità umana, mediante i metodi della ricerca storica. È invece storico, anche se non direttamente verificabile – cioè è “reale” – ciò che, pur non attingibile in se stesso direttamente, lo è però indirettamente, mediante la riflessione su fatti storicamente accaduti che sono in relazione con esso. Ora, la risurrezione di Gesù è un fatto storico – nel senso di “reale” – anche se non direttamente verificato. E ciò per il fatto che essa non è solo un avvenimento di questo mondo (perché Gesù non è tornato alla vita di prima), ma anche “escatologico”, definitivo (perché è entrato nella vita eterna e definitiva di Dio). Perciò, la risurrezione non può essere messa sullo stesso livello di tutti gli altri avvenimenti storici direttamente verificabili che, appunto perché tali, sono passeggeri. In questo senso la risurrezione si pone al di sopra delle categorie della storia umana: è “metastorica” e “trans-storica”.
LA CERTEZZA MORALE – Dobbiamo quindi affermare che la risurrezione è un fatto storico, anche se non direttamente verificato. Infatti, riflettendo sui fatti storici del sepolcro trovato vuoto, delle apparizioni di Gesù ai suoi discepoli, del mutamento avvenuto in questi rispetto a ciò che erano stati durante la vita di Gesù e, soprattutto, durante la sua passione e la sua morte, della nascita e dell’espansione della Chiesa primitiva, noi possiamo avere la certezza morale del fatto storico della risurrezione. Cioè questa ha lasciato nella nostra storia “tracce”, “segni”, riflettendo sui quali noi possiamo avere la certezza morale, e quindi storica, che Gesù è realmente risorto. Evidentemente, la certezza storica o morale non è la certezza della fede: questa è di un altro ordine e ha la sua giustificazione nella testimonianza che Dio stesso dà al credente, attirandolo con la sua grazia interiore a compiere l’atto di fede in Cristo risorto. Proprio per questo la certezza del credente è assoluta. La certezza morale costituisce la giustificazione della fede sul piano razionale, facendo sì che l’adesione alla fede nella risurrezione sia non assurda né infondata, ma ragionevole e razionalmente valida.
LA DISPONIBILITÀ DI CUORE – Ovviamente, i “segni” della risurrezione, per essere percepiti, richiedono una mente e un cuore “purificati”: una mente purificata dai pre-giudizi contro il soprannaturale e un cuore purificato dalle passioni e dal peccato. Chi fosse pregiudizialmente materialista e positivista, negando un intervento di Dio nella storia, non può vedere alcun “segno”, così come chi è immerso nel male è chiuso a Dio.
I “segni” e le “tracce” della risurrezione
Esaminare i “segni” e le “tracce” della risurrezione significa esaminare i racconti che i vangeli ci hanno lasciato circa questo evento.
LA SCOPERTA DEL SEPOLCRO VUOTO – Si tratta di un dato tradizionale che appartiene a uno strato antico delle tradizioni pasquali. Alcuni esegeti moderni (Dibelius e Bultmann) lo hanno messo in dubbio, ritenendolo una “leggenda”. È possibile che istanze apologetiche abbiano portato a dare una notevole importanza alla scoperta del sepolcro vuoto: se il cadavere fosse rimasto al suo posto, data anche la mentalità ebraica del tempo, secondo la quale la resurrezione comportava la rianimazione del cadavere, non si sarebbe potuto parlare di risurrezione. Tuttavia la storicità del ritrovamento della tomba vuota non può essere negata perché:
1. stando alla narrazione della sepoltura di Gesù, la sua tomba era conosciuta e corrispondeva all’uso del tempo che le donne visitassero la tomba di un defunto: non si può quindi negare che alcune donne siano andate al sepolcro di Gesù che esse conoscevano bene;
2. la scoperta del sepolcro vuoto non può essere fatta risalire a una trovata apologetica della Chiesa primitiva, perché le donne a quel tempo non erano ritenute testimoni attendibili;
3. i nemici di Gesù non negarono il fatto che la sua tomba fosse vuota, ma lo giustificavano con il trafugamento del cadavere da parte dei suoi discepoli. Il ritrovamento della tomba vuota è dunque un fatto storico ben fondato e se non è una prova storica della risurrezione, tuttavia è pur sempre una “traccia”, un “segno” che, pur ambiguo in se stesso, “orienta” verso di essa: dice che qualcosa è avvenuto.
LE APPARIZIONI DEL RISORTO – Il “segno” storico più importante, più chiaro e più evidente che la risurrezione di Gesù ha lasciato nella storia è costituito dalle sue “apparizioni”. Se infatti nessuno ha visto risorgere Gesù, i suoi discepoli lo hanno visto risorto: Gesù è apparso ai suoi discepoli molte volte e in diversi luoghi (cfr. 1Cor 15,1-11 dove Paolo, coerentemente, non cita le donne, ma testimoni autorevoli e viventi). Da notare che Paolo usa il verbo ôphthê (aoristo passivo di horaô) che deve essere tradotto non con “fu visto”, ma con “si fece vedere”, “apparve”, “si lasciò vedere”, perché è costruito col dativo (“a Cefa”, “ai Dodici”, “ai 500”, “a Giacomo”). Non furono Cefa, Giacomo e gli altri a “vedere” Gesù risorto, ma fu Gesù che “apparve” loro: non si trattò di una “visione” soggettiva dei discepoli, ma di una “apparizione” oggettiva, reale, di Gesù che s’impose loro. La stessa testimonianza è affermata dai vangeli con diversi linguaggi, anche molto “realisti” (cfr. Lc 24,36-43). In tutti i racconti due elementi sono essenziali e costanti:
1. anzitutto l’iniziativa è sempre e solo di Gesù: appare quando meno te lo aspetti e scompare quando lo si vuole trattenere;
2. un secondo elemento è il riconoscimento. In colui che si mostra loro in forme diverse, i discepoli riconoscono il Gesù che era stato con loro e che era stato crocifisso, non subito e spontaneamente, ma lentamente e con molta difficoltà, tanto che Gesù deve rimproverarli e convincerli che non è un fantasma (cfr. Lc 24,13-35; Gv 20,11-18). I discepoli sono talmente sconcertati delle apparizioni di Gesù che di fronte alle prove più evidenti fanno fatica a credere; sentono di trovarsi di fronte a un mistero, perché il Gesù che sperimentano è, certo, il Gesù col quale sono vissuti, ma anche qualcosa di “più” e di “diverso”, come appare dalle affermazioni di Tommaso e di Maria di Magdala (cfr. Gv 20,28 e Gv 20,7).
LA TRASFORMAZIONE DELLA VITA DEI DISCEPOLI – Il terzo “segno” che la risurrezione di Gesù ha lasciato nella storia è la radicale trasformazione avvenuta nei suoi discepoli immediatamente dopo tale avvenimento. Durante la vita di Gesù essi appaiono meschini e interessati; nella passione hanno paura di esporsi e lo abbandonano, fuggendo; a deporre Gesù dalla croce e a seppellirlo non sono i Dodici, ma due discepoli “nascosti”. Dopo la risurrezione avviene in loro un inspiegabile mutamento. Contro tutto il loro passato, accettano l’idea – per loro assolutamente inconcepibile – di un Messia crocifisso, così come affermano che Gesù è “il Signore” (una vera e propria bestemmia per degli ebrei rigidamente monoteisti). E fanno tutto ciò con estremo coraggio, affrontando i capi del popolo e subendo persecuzione e morte.
La risurrezione di Gesù è dunque un fatto reale, non mitico né soggettivo. Quale ne è il significato?
Il “significato” della risurrezione di Gesù
La risurrezione di Gesù è un fatto storico: egli è veramente risorto dalla morte. Ma quale è il significato di tale avvenimento? Che cosa significa per la persona di Gesù, per la vita della Chiesa, per la nostra vita e per la storia del mondo? Cambia qualcosa o tutto resta come prima?
CHE COSA SIGNIFICA PER LA PERSONA DI GESÙ? – Abbiamo visto che la vicenda storica di Gesù si è svolta nella sofferenza e nella contraddizione ed è culminata nel “fallimento” della crocifissione. Storicamente, agli occhi del mondo, Gesù è apparso un vinto e un fallito: il suo messaggio è stato accettato d pochi; i suoi miracoli sono stati ritenuti opere diaboliche da molti; è stato odiato, deriso, calunniato, accusato di essere un bestemmiatore dal massimo tribunale ebraico e condannato a morte da un tribunale romano come ribelle. Sulla croce Gesù non rispose alle accuse che gli venivano rivolte e non accettò la sfida di scendere per essere creduto. Emise invece un grande grido che ai suoi nemici dovette sembrare di suprema disperazione (cfr. Mc 15,37). Era per loro il segno che Dio lo aveva rigettato come Messia.
Che cosa fu allora la Risurrezione per Gesù crocifisso? Fu un gesto col quale Dio – autore della Risurrezione – diede ragione a Gesù contro tutti i suoi avversari, mostrando che si erano sbagliati nei suoi confronti. Facendolo risorgere da morte, Dio mostrava che Gesù aveva insegnato al verità, aveva compiuto i miracoli con la sua potenza, aveva annunziato il suo disegno di salvezza.
In particolare, Dio mostrava che quella morte era stata opera della malvagità umana, ma che rientrava nel disegno di amore e di salvezza che Egli aveva concepito per l’umanità peccatrice: la croce sulla quale era morto, se agli occhi degli uomini rappresentava il supplizio più ignominioso e crudele, agli occhi di Dio era lo strumento dei salvezza con cui Gesù avrebbe attirato tutti a sé. Nella Risurrezione, o meglio in Cristo risorto, la crocifissione e la morte di Gesù compiono la salvezza degli uomini, poiché Cristo morto e risorto è “spirito datore di vita” (1Cor 15,45), cioè Salvatore degli uomini.
RISURREZIONE E GLORIFICAZIONE – Per Gesù la Risurrezione non è solo il “sì” di Dio alla sua vita e alla sua morte, è anche, e soprattutto, la sua glorificazione. Infatti, con la Risurrezione, Gesù, nella sua umanità, è stato costituito “Figlio di Dio con potenza” (Rm 1,4), “Signore e Cristo” (At 2,36), “capo e salvatore” (At 5,31), “giudice dei vivi e dei morti” (1Cor 2,8). Egli è stato “sovra-esaltato” e ha ricevuto un “nome – il nome proprio di Dio, Kyrios (Signore) – che è al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2,9). Nella sua natura umana, Gesù è stato elevato alla “destra” di Dio e tutto è stato posto sotto i suoi piedi. Con la sua Risurrezione, Gesù è passato dallo stato di kenosis allo stato di Kyrios: dallo stato di spogliazione, di svuotamento, di umiliazione (tutto questo indica il termine paolino di kenosis), che ha caratterizzato la vita terrena di Gesù e ha avuto il culmine nella sua morte in croce, allo stato di “Signore”, uguale nella gloria e nella potenza di Dio Padre. In tal modo la Risurrezione ha rivelato hi era veramente Gesù di Nazareth: non solo un Giusto, non solo un grande Profeta, ma il Figlio stesso di Dio, il “Signore”.
RILEGGERE LA STORIA DI GESÙ ALLA LUCE DELLA RISURREZIONE – “Gesù è il Signore”: è questo dunque il senso della Risurrezione. Ma, se è così, la vicenda di Gesù acquista una nuova e diversa dimensione: non è la vicenda di un semplice uomo, per quanto grande possa essere, ma è la vicenda di un uomo che nello stesso tempo è il Signore, il Kyrios, il Figlio di Dio. Egli vive la sua vita sulla terra nella “condizione di servo” (Fil 2,7), dunque in tutta la meschinità e la povertà della condizione umana: soffre la stanchezza, la fame e la sete; gioisce ed è angosciato; sente l’amicizia e soffre per l’avversione e per l’odio).
Ma nello stesso tempo c’è in lui qualcosa che sconcerta: egli infatti parla come nessuno ha mai parlato, si arroga il diritto di cambiare la Torah data da Dio a Mosé, si dichiara padrone del sabato, compie opere straordinarie; in altre parole risplende nella sua persona qualcosa della “gloria” di Dio. La Risurrezione ne spiega la causa: nella sua condizione di “servo” Gesù è il “Signore”.
Ciò significa che la vita terrena di Gesù – dalla sua concezione alla sua morte – dev’essere letta alla luce della Risurrezione: non deve allora fare meraviglia che la sua concezione sia stata “verginale” (cfr Lc 1,26-35), cioè senza concorso d’uomo; che alla sua nascita gli angeli abbiano cantato: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14); che quando è presentato al Tempio il vecchio Simeone abbia esclamato: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35); che al momento del battesimo una voce abbia detto: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Mc 1,11). Così la vita di Gesù si comprende nella sua profonda verità solo se la si legge alla luce della Risurrezione. Ha dunque ragione la Chiesa primitiva e hanno ragione i quattro vangeli a proiettare sulla vicenda terrena di Gesù la luce che promana dalla Risurrezione e a vedere nell’uomo Gesù il Figlio di Dio. In conclusione, la Risurrezione svela l’enigma che costituisce per lo storico la figura di Gesù, gettando su questa una luce che la rende comprensibile; tale anzi che non avrebbe potuto essere diversa da quella che è stata. Essa risponde dunque alla domanda che tante volte ci siamo posti dinanzi alla meraviglia che le parole e le azioni di Gesù producevano in noi: “Chi è Gesù di Nazareth?”.
Che cosa significa per la nostra storia?
Ma la Risurrezione non riguarda solo la persona e l’opera di Gesù di Nazareth. Essa è un fatto di portata universale, che concerne l’intera storia umana e il destino di ogni uomo. La Risurrezione, infatti, ha radicalmente trasformato la situazione del mondo e quella di ogni uomo. Fin dall’inizio della storia umana, quella del mondo è stata una situazione di peccato e di morte. Indubbiamente, sia pure con alti e bassi e continue cadute, l’umanità nel suo insieme è stata in ascesa, ha progredito. E tuttavia è stata sotto il dominio del peccato e della morte. Troppo spesso in essa il male ha prevalso sul bene, lo ha irriso e se ne è fatto beffe; la giustizia è stata sopraffatta dall’ingiustizia; l’innocenza ha dovuto soccombere sotto i colpi della malvagità. Soprattutto nella storia ha dominato la morte. Non solo sono morti gli uomini, ma sono scomparse nel nulla tutte le grandi costruzioni umane, i grandi imperi, le civiltà che sembravano dover sfidare i secoli ed essere immortali. Quel che è più triste è che la morte ha dominato nella storia nelle forme più orrende e crudeli: la condizione dominante dell’umanità è stata la guerra, col seguito orribile di mali che essa si porta dietro. I periodi di tregua – non di pace – sono stati brevi e agitati.
RILEGGERE LA NOSTRA STORIA ALLA LUCE DELLA RISURREZIONE – In questa storia di peccato e di morte ha fatto irruzione la Risurrezione di Gesù. Essa ne ha cambiato il corso, dando inizio a una nuova storia. Infatti la Risurrezione è la “vittoria” sul peccato e sulla morte. Ancora una volta la storia umana ha seguito il suo corso: i malvagi hanno vinto, infliggendo la morte all’innocente e al giusto. Gesù ha condiviso in tutto il suo orrore la sorte di tutti i vinti della storia umana. Ma la vittoria della morte è stata momentanea: “al terzo giorno” egli è risuscitato alla vita di Dio e in tal modo ha conseguito sulla morte una vittoria splendida e definitiva: “Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rm 6,9). La liturgia pasquale celebra la Risurrezione come un duello tra la Morte e la Vita: “La Morte e la Vita hanno ingaggiato un mirabile duello. Il Signore della Vita, morto, regna vivo” (Mors et Vita duello conflixere mirando / Dux Vitae, mortuus, regnat vivus). Risorgendo dalla morte, Cristo ha vinto la morte, non solo per sé, ma per tutti gli uomini e per l’intero cosmo. Indubbiamente, la vittoria di Cristo risorto sul peccato e sulla morte è stata decisiva, ma non definitiva: lo sarà solo alla fine dei tempi, quando Cristo “porrà sotto i piedi tutti i suoi nemici” (cfr Sal 109[110]) e l’ultimo di essi sarà la morte (cfr 1Cor 15,26). Il male avrà ancora la sua parola da dire e “sapendo che gli resta poco tempo” (Ap 12,12) si scaglierà con forza contro gli uomini. Ma, ormai, l’ultima parola non sarà la sua: appartiene al Cristo risorto. E su questa parola si fonda la speranza cristiana.
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Il fatto della risurrezione di Gesù
Gesù morì sulla croce verso le tre del pomeriggio del venerdì 14 Nisan (7 aprile), vigilia della Pasqua dell’anno 30 (cfr. Gv 19,31-34). Il cadavere avrebbe dovuto essere tolto dalla croce e gettato nella fossa comune. Invece Giuseppe di Arimatea, un personaggio ragguardevole, membro del Sinedrio e discepolo di Gesù, ma di nascosto, si presentò a Pilato e gli chiese di poterlo seppellire in una tomba nuova, scavata nella roccia e posta in un giardino, vicino al luogo della crocifissione. Tutto fu fatto in gran fretta, perché al tramonto iniziava il giorno della Pasqua, nel quale era proibito prendersi cura dei cadaveri. Alcune donne tennero ben in mente il luogo del sepolcro, perché avevano intenzione di tornare il giorno dopo il sabato per rendere al cadavere di Gesù gli onori dovuti. Ma, giunte al sepolcro, trovarono la pietra ribaltata e il cadavere di Gesù era scomparso. Solo le bende che lo avevano avvolto e il sudario erano al loro posto. Ricevettero pure un annuncio: “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui” (Mc 16,6).
Il crocifisso è risorto
"Gesù Nazareno, il crocifisso, è risorto”. Questa piccola frase costituisce l’annuncio del fatto più incredibile della storia umana: la risurrezione di Gesù di Nazareth, la sua vittoria sulla morte, in virtù della quale Gesù oggi è “vivente”. Fatto incredibile, perché se c’è una cosa di cui siamo assolutamente sicuri è che dalla morte non si ritorna alla vita, salvo un miracolo – evento assolutamente eccezionale – da parte di Dio. E tuttavia, per quanto incredibile, il fatto della risurrezione è affermato a proposito di Gesù: proprio su di esso da 20 secoli poggia il cristianesimo, al punto che, se Cristo non fosse risorto, tutta la fede cristiana crolla. Quale fondamento ha tale affermazione?
IL NUOVO TESTAMENTO – L’unica testimonianza storica che abbiamo della risurrezione di Gesù è quella del Nuovo Testamento: tutti i libri neotestamentari ne parlano, e non come uno dei fatti riguardanti Gesù, ma come il fatto centrale e costitutivo della fede cristiana. Alcuni testi sono più recenti ed elaborati, ma altri sono assai antichi e primitivi.
LA PRIMA LETTERA AI CORINZI – La testimonianza più antica è contenuta nella Prima lettera di san Paolo ai cristiani di Corinto (cfr. 1Cor 15,1-11). Questa lettera, secondo la grande maggioranza degli studiosi, è stata scritta da Paolo tra il 55 e il 57 d.C. Egli parla in essa dei problemi sorti nella città di Corinto, dove era giunto negli anni 50-51 e nella quale, con grande fatica, aveva costituito una comunità. Un problema assai vivo era quello della risurrezione dei credenti (cfr. 1Cor 15,12). Alcuni “illuminati” e “spiritualisti” ritenevano di essere già giunti alla salvezza “spirituale” e di non aver bisogno di una risurrezione “corporea”. Per combattere tale idea, Paolo ricorda la Buona Notizia che egli, fin dall’inizio del suo apostolato, aveva trasmesso, e che, a sua volta, aveva ricevuto dalla primitiva comunità cristiana, dai “ministri della Parola” con i quali era venuto a contatto sia nel soggiorno ad Antiochia (verso gli anni 40-42), sia verso l’anno 35, al tempo della sua conversione. Siamo in una data estremamente vicina ai fatti, poiché Gesù – con molta probabilità – è stato crocifisso il 7 aprile dell’anno 30. Gli scritti di Paolo sono stati dunque composti in una data che dista appena pochi anni (5-10) dalla morte di Gesù, e in cui il suo ricordo è ancora vivissimo. Ora, che cosa ha ricevuto Paolo? Un breve riassunto della fede cristiana:
1. Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture;
2. Cristo fu sepolto;
3. Cristo è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture;
4. Cristo è apparso a Cefa (cioè Pietro) e quindi ai Dodici.
Il primitivo “credo” cristiano
CRISTO È MORTO PER I NOSTRI PECCATI SECONDO LE SCRITTURE – Abbiamo già esaminato in precedenza gli avvenimenti della passione e morte di Gesù sulla croce e non c’è bisogno di ritornarvi. Ma Paolo aggiunge due affermazioni che chiedono di essere spiegate. Dice anzitutto che Cristo è morto “per i nostri peccati”: è una affermazione di fede che sottolinea il valore salvifico della morte di Gesù, in quanto è in forza della morte che Cristo ha sofferto “per noi” che noi riceviamo il perdono di Dio e la riconciliazione con Lui. E tale affermazione di fede è “secondo le Scritture”, poggia sulla rivelazione di Dio, è il naturale compimento delle Scritture. In particolare, l’affermazione “per i nostri peccati” poggia su una parola di Gesù (cfr. Mc 10,45) e il fatto che egli è venuto “per dare la propria vita in riscatto per molti”, cioè per la totalità degli uomini, è qualcosa di totalmente estraneo alle attese giudaiche: il Messia non solo non poteva morire, ma non doveva neppure morire per loro (in riscatto dei loro peccati), né tanto meno per tutti.
CRISTO FU SEPOLTO – Questo secondo punto del primitivo “credo” cristiano indica la definitività della morte di Gesù. La sua non è stata una morte apparente, da cui avrebbe potuto riprendersi. Non solo egli, mentre peneva morto dalla croce, ha ricevuto il colpo di lancia da un soldato, ma è stato calato dalla croce e deposto in un sepolcro, un sepolcro “nuovo” perché il cadavere di un giustiziato non doveva contaminare quello degli altri defunti. La sepoltura del cadavere esprime la definitività della morte, nel senso che con essa si perde anche l’ultimo legame – il cadavere – che unisce il defunto al mondo dei viventi. Con la sepoltura l’uomo non c’è più, neppure in quella “cosa” fredda e inanimata che non è più il suo “corpo”, ma che tuttavia lo ricorda e lo raffigura: egli è veramente e definitivamente morto. Questa affermazione di Paolo è storicamente certa, affermata da tutti e quattro i Vangeli con abbondanza di particolari.
CRISTO È RISUSCITATO IL TERZO GIORNO SECONDO LE SCRITTURE – Il terzo punto del primissimo “credo” cristiano merita un esame più approfondito. Esso pone tre problemi.
1. Il verbo eghêghertai (perfetto passivo di egheirô, risuscitare) deve essere inteso in senso passivo (“è stato risuscitato”) o in senso intransitivo (“è risorto”)? Le due traduzioni sono ugualmente accettabili sotto il profilo grammaticale, ma sotto quello teologico hanno un senso diverso: nel primo caso la risurrezione di Gesù è attribuita a una azione di Dio (“Dio lo ha risuscitato dai morti”: At 4,10; cfr. 1Ts 1,10; Rm 4,24; At 2,32; 13,37); nel secondo la risurrezione di Gesù è attribuita alla sua propria potenza. La prima formula è la più antica (il Padre ha risuscitato Gesù da morte), la seconda è la più recente (Gesù è risorto da morte).
2. Le parole “il terzo giorno” indicano la data della risurrezione o hanno un significato non “storico”, ma “metastorico” e quindi “teologico”? Gli esegeti sono divisi. Alcuni vedono non l’indicazione della data della risurrezione (nessuno ha visto Gesù risorgere e non si può quindi sapere il quando) ma l’indicazione che il suo soggiorno nella tomba è stato breve, non ha superato “il quarto giorno”, dove si può parlare di una dimora “stabile” nel sepolcro (cfr. Gv 11,39). Ad altri sembra meno artificioso vedere una vera indicazione cronologica (ripresa da Os 6,2), che colloca la risurrezione in una serie di fatti (morte, sepoltura, risurrezione, apparizioni) per dire che anch’essa è un fatto realmente avvenuto e quindi databile.
3. L’inciso “secondo le Scritture” si riferisce al “terzo giorno” oppure alle parole “è risuscitato”? La maggioranza degli studiosi propende per l’attribuzione delle parole “secondo le Scritture” alla frase “è risuscitato”, perché è la risurrezione che per sé realizza le Scritture e ne fa comprendere il compimento, e non il fatto, per sé accessorio, che sia avvenuta “il terzo giorno”, anche se il riferimento ad Osea farebbe propendere, secondo altri esegeti, per questa soluzione.
CRISTO È APPARSO A CEFA E QUINDI AI DODICI – Ma quello che più importa è precisare il senso di “risurrezione”: Gesù, dopo essere realmente morto, ha vinto la morte ed è tornato alla vita. Non però alla vita precedente alla sua morte, ma nella pienezza della vita divina. Il suo corpo è sì reale, è il corpo di Gesù di Nazareth che ha subito la crocifissione, ma è pure un “corpo di gloria”. Ed è questo ciò che fu visto dai molti testimoni, come avremo modo di analizzare in seguito, prendendo in esame i “segni” della risurrezione.
I “segni” della risurrezione di Gesù
La Chiesa primitiva ha affermato – e lo afferma anche la Chiesa di oggi – che Gesù è risuscitato da morte. Ma in base a quali elementi ha fatto tale affermazione? In base a un atto di fede o in base a fatti storici, a esperienze storicamente documentabili?
LA RISURREZIONE DI GESÙ È UN FATTO STORICO – Precisiamo che la storicità di cui parliamo non riguarda il “modo” della risurrezione, che per noi resta assolutamente misterioso e in attingibile, ma il “fatto”, l’avvenimento storico in se stesso. E parlando di “fatto” storico, intendiamo dire che Gesù è risorto obiettivamente, nella realtà e non solo nella coscienza di coloro che hanno creduto nella sua risurrezione. Intendiamo dire che qualcosa di obiettivo e di reale è avvenuto nella persona di Gesù, per cui dalla condizione di morto sulla croce e deposto nel sepolcro è passato alla condizione di Vivente e di Signore della storia.
UNA OPPORTUNA DISTINZIONE – Per rispondere alla domanda dobbiamo distinguere tra ciò che è storico e direttamente verificato, e ciò che è storico anche se non direttamente verificato. In altre parole: tra ciò che è “storico” e ciò che è “reale”. È storico e direttamente verificato ciò che è collocabile nell’ambito dell’esperienza e della verificabilità umana, mediante i metodi della ricerca storica. È invece storico, anche se non direttamente verificabile – cioè è “reale” – ciò che, pur non attingibile in se stesso direttamente, lo è però indirettamente, mediante la riflessione su fatti storicamente accaduti che sono in relazione con esso. Ora, la risurrezione di Gesù è un fatto storico – nel senso di “reale” – anche se non direttamente verificato. E ciò per il fatto che essa non è solo un avvenimento di questo mondo (perché Gesù non è tornato alla vita di prima), ma anche “escatologico”, definitivo (perché è entrato nella vita eterna e definitiva di Dio). Perciò, la risurrezione non può essere messa sullo stesso livello di tutti gli altri avvenimenti storici direttamente verificabili che, appunto perché tali, sono passeggeri. In questo senso la risurrezione si pone al di sopra delle categorie della storia umana: è “metastorica” e “trans-storica”.
LA CERTEZZA MORALE – Dobbiamo quindi affermare che la risurrezione è un fatto storico, anche se non direttamente verificato. Infatti, riflettendo sui fatti storici del sepolcro trovato vuoto, delle apparizioni di Gesù ai suoi discepoli, del mutamento avvenuto in questi rispetto a ciò che erano stati durante la vita di Gesù e, soprattutto, durante la sua passione e la sua morte, della nascita e dell’espansione della Chiesa primitiva, noi possiamo avere la certezza morale del fatto storico della risurrezione. Cioè questa ha lasciato nella nostra storia “tracce”, “segni”, riflettendo sui quali noi possiamo avere la certezza morale, e quindi storica, che Gesù è realmente risorto. Evidentemente, la certezza storica o morale non è la certezza della fede: questa è di un altro ordine e ha la sua giustificazione nella testimonianza che Dio stesso dà al credente, attirandolo con la sua grazia interiore a compiere l’atto di fede in Cristo risorto. Proprio per questo la certezza del credente è assoluta. La certezza morale costituisce la giustificazione della fede sul piano razionale, facendo sì che l’adesione alla fede nella risurrezione sia non assurda né infondata, ma ragionevole e razionalmente valida.
LA DISPONIBILITÀ DI CUORE – Ovviamente, i “segni” della risurrezione, per essere percepiti, richiedono una mente e un cuore “purificati”: una mente purificata dai pre-giudizi contro il soprannaturale e un cuore purificato dalle passioni e dal peccato. Chi fosse pregiudizialmente materialista e positivista, negando un intervento di Dio nella storia, non può vedere alcun “segno”, così come chi è immerso nel male è chiuso a Dio.
I “segni” e le “tracce” della risurrezione
Esaminare i “segni” e le “tracce” della risurrezione significa esaminare i racconti che i vangeli ci hanno lasciato circa questo evento.
LA SCOPERTA DEL SEPOLCRO VUOTO – Si tratta di un dato tradizionale che appartiene a uno strato antico delle tradizioni pasquali. Alcuni esegeti moderni (Dibelius e Bultmann) lo hanno messo in dubbio, ritenendolo una “leggenda”. È possibile che istanze apologetiche abbiano portato a dare una notevole importanza alla scoperta del sepolcro vuoto: se il cadavere fosse rimasto al suo posto, data anche la mentalità ebraica del tempo, secondo la quale la resurrezione comportava la rianimazione del cadavere, non si sarebbe potuto parlare di risurrezione. Tuttavia la storicità del ritrovamento della tomba vuota non può essere negata perché:
1. stando alla narrazione della sepoltura di Gesù, la sua tomba era conosciuta e corrispondeva all’uso del tempo che le donne visitassero la tomba di un defunto: non si può quindi negare che alcune donne siano andate al sepolcro di Gesù che esse conoscevano bene;
2. la scoperta del sepolcro vuoto non può essere fatta risalire a una trovata apologetica della Chiesa primitiva, perché le donne a quel tempo non erano ritenute testimoni attendibili;
3. i nemici di Gesù non negarono il fatto che la sua tomba fosse vuota, ma lo giustificavano con il trafugamento del cadavere da parte dei suoi discepoli. Il ritrovamento della tomba vuota è dunque un fatto storico ben fondato e se non è una prova storica della risurrezione, tuttavia è pur sempre una “traccia”, un “segno” che, pur ambiguo in se stesso, “orienta” verso di essa: dice che qualcosa è avvenuto.
LE APPARIZIONI DEL RISORTO – Il “segno” storico più importante, più chiaro e più evidente che la risurrezione di Gesù ha lasciato nella storia è costituito dalle sue “apparizioni”. Se infatti nessuno ha visto risorgere Gesù, i suoi discepoli lo hanno visto risorto: Gesù è apparso ai suoi discepoli molte volte e in diversi luoghi (cfr. 1Cor 15,1-11 dove Paolo, coerentemente, non cita le donne, ma testimoni autorevoli e viventi). Da notare che Paolo usa il verbo ôphthê (aoristo passivo di horaô) che deve essere tradotto non con “fu visto”, ma con “si fece vedere”, “apparve”, “si lasciò vedere”, perché è costruito col dativo (“a Cefa”, “ai Dodici”, “ai 500”, “a Giacomo”). Non furono Cefa, Giacomo e gli altri a “vedere” Gesù risorto, ma fu Gesù che “apparve” loro: non si trattò di una “visione” soggettiva dei discepoli, ma di una “apparizione” oggettiva, reale, di Gesù che s’impose loro. La stessa testimonianza è affermata dai vangeli con diversi linguaggi, anche molto “realisti” (cfr. Lc 24,36-43). In tutti i racconti due elementi sono essenziali e costanti:
1. anzitutto l’iniziativa è sempre e solo di Gesù: appare quando meno te lo aspetti e scompare quando lo si vuole trattenere;
2. un secondo elemento è il riconoscimento. In colui che si mostra loro in forme diverse, i discepoli riconoscono il Gesù che era stato con loro e che era stato crocifisso, non subito e spontaneamente, ma lentamente e con molta difficoltà, tanto che Gesù deve rimproverarli e convincerli che non è un fantasma (cfr. Lc 24,13-35; Gv 20,11-18). I discepoli sono talmente sconcertati delle apparizioni di Gesù che di fronte alle prove più evidenti fanno fatica a credere; sentono di trovarsi di fronte a un mistero, perché il Gesù che sperimentano è, certo, il Gesù col quale sono vissuti, ma anche qualcosa di “più” e di “diverso”, come appare dalle affermazioni di Tommaso e di Maria di Magdala (cfr. Gv 20,28 e Gv 20,7).
LA TRASFORMAZIONE DELLA VITA DEI DISCEPOLI – Il terzo “segno” che la risurrezione di Gesù ha lasciato nella storia è la radicale trasformazione avvenuta nei suoi discepoli immediatamente dopo tale avvenimento. Durante la vita di Gesù essi appaiono meschini e interessati; nella passione hanno paura di esporsi e lo abbandonano, fuggendo; a deporre Gesù dalla croce e a seppellirlo non sono i Dodici, ma due discepoli “nascosti”. Dopo la risurrezione avviene in loro un inspiegabile mutamento. Contro tutto il loro passato, accettano l’idea – per loro assolutamente inconcepibile – di un Messia crocifisso, così come affermano che Gesù è “il Signore” (una vera e propria bestemmia per degli ebrei rigidamente monoteisti). E fanno tutto ciò con estremo coraggio, affrontando i capi del popolo e subendo persecuzione e morte.
La risurrezione di Gesù è dunque un fatto reale, non mitico né soggettivo. Quale ne è il significato?
Il “significato” della risurrezione di Gesù
La risurrezione di Gesù è un fatto storico: egli è veramente risorto dalla morte. Ma quale è il significato di tale avvenimento? Che cosa significa per la persona di Gesù, per la vita della Chiesa, per la nostra vita e per la storia del mondo? Cambia qualcosa o tutto resta come prima?
CHE COSA SIGNIFICA PER LA PERSONA DI GESÙ? – Abbiamo visto che la vicenda storica di Gesù si è svolta nella sofferenza e nella contraddizione ed è culminata nel “fallimento” della crocifissione. Storicamente, agli occhi del mondo, Gesù è apparso un vinto e un fallito: il suo messaggio è stato accettato d pochi; i suoi miracoli sono stati ritenuti opere diaboliche da molti; è stato odiato, deriso, calunniato, accusato di essere un bestemmiatore dal massimo tribunale ebraico e condannato a morte da un tribunale romano come ribelle. Sulla croce Gesù non rispose alle accuse che gli venivano rivolte e non accettò la sfida di scendere per essere creduto. Emise invece un grande grido che ai suoi nemici dovette sembrare di suprema disperazione (cfr. Mc 15,37). Era per loro il segno che Dio lo aveva rigettato come Messia.
Che cosa fu allora la Risurrezione per Gesù crocifisso? Fu un gesto col quale Dio – autore della Risurrezione – diede ragione a Gesù contro tutti i suoi avversari, mostrando che si erano sbagliati nei suoi confronti. Facendolo risorgere da morte, Dio mostrava che Gesù aveva insegnato al verità, aveva compiuto i miracoli con la sua potenza, aveva annunziato il suo disegno di salvezza.
In particolare, Dio mostrava che quella morte era stata opera della malvagità umana, ma che rientrava nel disegno di amore e di salvezza che Egli aveva concepito per l’umanità peccatrice: la croce sulla quale era morto, se agli occhi degli uomini rappresentava il supplizio più ignominioso e crudele, agli occhi di Dio era lo strumento dei salvezza con cui Gesù avrebbe attirato tutti a sé. Nella Risurrezione, o meglio in Cristo risorto, la crocifissione e la morte di Gesù compiono la salvezza degli uomini, poiché Cristo morto e risorto è “spirito datore di vita” (1Cor 15,45), cioè Salvatore degli uomini.
RISURREZIONE E GLORIFICAZIONE – Per Gesù la Risurrezione non è solo il “sì” di Dio alla sua vita e alla sua morte, è anche, e soprattutto, la sua glorificazione. Infatti, con la Risurrezione, Gesù, nella sua umanità, è stato costituito “Figlio di Dio con potenza” (Rm 1,4), “Signore e Cristo” (At 2,36), “capo e salvatore” (At 5,31), “giudice dei vivi e dei morti” (1Cor 2,8). Egli è stato “sovra-esaltato” e ha ricevuto un “nome – il nome proprio di Dio, Kyrios (Signore) – che è al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2,9). Nella sua natura umana, Gesù è stato elevato alla “destra” di Dio e tutto è stato posto sotto i suoi piedi. Con la sua Risurrezione, Gesù è passato dallo stato di kenosis allo stato di Kyrios: dallo stato di spogliazione, di svuotamento, di umiliazione (tutto questo indica il termine paolino di kenosis), che ha caratterizzato la vita terrena di Gesù e ha avuto il culmine nella sua morte in croce, allo stato di “Signore”, uguale nella gloria e nella potenza di Dio Padre. In tal modo la Risurrezione ha rivelato hi era veramente Gesù di Nazareth: non solo un Giusto, non solo un grande Profeta, ma il Figlio stesso di Dio, il “Signore”.
RILEGGERE LA STORIA DI GESÙ ALLA LUCE DELLA RISURREZIONE – “Gesù è il Signore”: è questo dunque il senso della Risurrezione. Ma, se è così, la vicenda di Gesù acquista una nuova e diversa dimensione: non è la vicenda di un semplice uomo, per quanto grande possa essere, ma è la vicenda di un uomo che nello stesso tempo è il Signore, il Kyrios, il Figlio di Dio. Egli vive la sua vita sulla terra nella “condizione di servo” (Fil 2,7), dunque in tutta la meschinità e la povertà della condizione umana: soffre la stanchezza, la fame e la sete; gioisce ed è angosciato; sente l’amicizia e soffre per l’avversione e per l’odio).
Ma nello stesso tempo c’è in lui qualcosa che sconcerta: egli infatti parla come nessuno ha mai parlato, si arroga il diritto di cambiare la Torah data da Dio a Mosé, si dichiara padrone del sabato, compie opere straordinarie; in altre parole risplende nella sua persona qualcosa della “gloria” di Dio. La Risurrezione ne spiega la causa: nella sua condizione di “servo” Gesù è il “Signore”.
Ciò significa che la vita terrena di Gesù – dalla sua concezione alla sua morte – dev’essere letta alla luce della Risurrezione: non deve allora fare meraviglia che la sua concezione sia stata “verginale” (cfr Lc 1,26-35), cioè senza concorso d’uomo; che alla sua nascita gli angeli abbiano cantato: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14); che quando è presentato al Tempio il vecchio Simeone abbia esclamato: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35); che al momento del battesimo una voce abbia detto: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Mc 1,11). Così la vita di Gesù si comprende nella sua profonda verità solo se la si legge alla luce della Risurrezione. Ha dunque ragione la Chiesa primitiva e hanno ragione i quattro vangeli a proiettare sulla vicenda terrena di Gesù la luce che promana dalla Risurrezione e a vedere nell’uomo Gesù il Figlio di Dio. In conclusione, la Risurrezione svela l’enigma che costituisce per lo storico la figura di Gesù, gettando su questa una luce che la rende comprensibile; tale anzi che non avrebbe potuto essere diversa da quella che è stata. Essa risponde dunque alla domanda che tante volte ci siamo posti dinanzi alla meraviglia che le parole e le azioni di Gesù producevano in noi: “Chi è Gesù di Nazareth?”.
Che cosa significa per la nostra storia?
Ma la Risurrezione non riguarda solo la persona e l’opera di Gesù di Nazareth. Essa è un fatto di portata universale, che concerne l’intera storia umana e il destino di ogni uomo. La Risurrezione, infatti, ha radicalmente trasformato la situazione del mondo e quella di ogni uomo. Fin dall’inizio della storia umana, quella del mondo è stata una situazione di peccato e di morte. Indubbiamente, sia pure con alti e bassi e continue cadute, l’umanità nel suo insieme è stata in ascesa, ha progredito. E tuttavia è stata sotto il dominio del peccato e della morte. Troppo spesso in essa il male ha prevalso sul bene, lo ha irriso e se ne è fatto beffe; la giustizia è stata sopraffatta dall’ingiustizia; l’innocenza ha dovuto soccombere sotto i colpi della malvagità. Soprattutto nella storia ha dominato la morte. Non solo sono morti gli uomini, ma sono scomparse nel nulla tutte le grandi costruzioni umane, i grandi imperi, le civiltà che sembravano dover sfidare i secoli ed essere immortali. Quel che è più triste è che la morte ha dominato nella storia nelle forme più orrende e crudeli: la condizione dominante dell’umanità è stata la guerra, col seguito orribile di mali che essa si porta dietro. I periodi di tregua – non di pace – sono stati brevi e agitati.
RILEGGERE LA NOSTRA STORIA ALLA LUCE DELLA RISURREZIONE – In questa storia di peccato e di morte ha fatto irruzione la Risurrezione di Gesù. Essa ne ha cambiato il corso, dando inizio a una nuova storia. Infatti la Risurrezione è la “vittoria” sul peccato e sulla morte. Ancora una volta la storia umana ha seguito il suo corso: i malvagi hanno vinto, infliggendo la morte all’innocente e al giusto. Gesù ha condiviso in tutto il suo orrore la sorte di tutti i vinti della storia umana. Ma la vittoria della morte è stata momentanea: “al terzo giorno” egli è risuscitato alla vita di Dio e in tal modo ha conseguito sulla morte una vittoria splendida e definitiva: “Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rm 6,9). La liturgia pasquale celebra la Risurrezione come un duello tra la Morte e la Vita: “La Morte e la Vita hanno ingaggiato un mirabile duello. Il Signore della Vita, morto, regna vivo” (Mors et Vita duello conflixere mirando / Dux Vitae, mortuus, regnat vivus). Risorgendo dalla morte, Cristo ha vinto la morte, non solo per sé, ma per tutti gli uomini e per l’intero cosmo. Indubbiamente, la vittoria di Cristo risorto sul peccato e sulla morte è stata decisiva, ma non definitiva: lo sarà solo alla fine dei tempi, quando Cristo “porrà sotto i piedi tutti i suoi nemici” (cfr Sal 109[110]) e l’ultimo di essi sarà la morte (cfr 1Cor 15,26). Il male avrà ancora la sua parola da dire e “sapendo che gli resta poco tempo” (Ap 12,12) si scaglierà con forza contro gli uomini. Ma, ormai, l’ultima parola non sarà la sua: appartiene al Cristo risorto. E su questa parola si fonda la speranza cristiana.
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IL MESSIA ANALISI DEL TERMINE
IL MESSIA ANALISI DEL TERMINE
Il termine Messia deriva da un vocabolo ebraico che significa «unto», cioè consacrato mediante unzione. In origine indicava la particolare relazione tra il re della Casa di Davide e Dio: al momento di salire al trono, il re diventava il rappresentante divino, l’intermediario tra Dio e la comunità. Quando Israele fu completamente soggiogata e perse la sua autonomia, il popolo cominciò ad attendere un discendente della Casa di Davide che ne avrebbe ristabilito il potere politico portando a compimento la vittoria delle forze dell’ordine contro quelle del caos.
Così, dopo la disintegrazione del regno nel 586 a.C., i capi spirituali di Israele presero a confortare il loro popolo con la speranza messianica. Questa speranza era talvolta presentata in riferimento ad una figura regale, l’unto di Dio portatore di salvezza, altre volte come un’Età Aurea in cui la potenza di Israele sarebbe stata restaurata e il paese avrebbe conosciuto la pace, la giustizia e l’abbondanza. Comunque la speranza messianica, che fosse vista come legata a un individuo o generalizzata come un’era, conteneva sempre gli ideali del trionfo di Dio sul male, della fondazione di un giusto ordine mondiale e, soprattutto, dell’universalità: il patto stretto con Abramo sarebbe infatti stato messo a disposizione di tutti, la salvezza estesa a tutte le nazioni. Ma vi è talvolta un altro elemento nella raffigurazione del Messia, quello della sofferenza. Questo aspetto è efficacemente descritto nel libro dal profeta Isaia nella figura del Servo Sofferente. I canti del Servo, scritti durante la cattività di Israele, assicuravano al popolo che Dio non lo aveva abbandonato e che, attraverso questo Servo, avrebbe risollevato Israele ed esteso la salvezza a tutti i pagani. Il ministero del Servo, malgrado la sua particolare relazione con Dio, comportava in qualche misterioso modo una grande sofferenza. Ma è proprio questa sofferenza che lo rende capace di servizio: la sua vita è divenuta un’offerta vicaria per tutta l’umanità, ha fatto di lui un «Uomo per gli altri». Molti ravvisano in questa misteriosa figura un’allegoria di Israele; altri vi vedono un profeta maggiore dello stesso Mosè, destinato a rendere universale il messaggio di Dio. Parecchi secoli più tardi, nel periodo della rivolta dei Maccabei, si fa strada un altro concetto del Messia, che appare per la prima volta nel Libro di Daniele. Anche questa figura è un «Unto di Dio» destinato a realizzarne il Regno. La differenza sta nel fatto che questa realizzazione non avverrà nel contesto della storia ma alla fine dei tempi, mediante un intervento soprannaturale. Daniele descrive questa figura in termini simbolici, come un redentore molto potente, al quale tutti gli imperi del mondo renderanno omaggio. Il Figlio dell’Uomo, come appunto viene chiamato, appare anche in altri scritti, non compresi nella Bibbia, dove l’attesa di un messia politico, intensificata da molti secoli di oppressione, si impernia su questa figura soprannaturale. Quando i Romani successero ai Seleucidi nel governo di Israele, lo scontento degli Ebrei raggiunse il culmine. Le idee sul Messia, e l’attesa della sua venuta, conobbero una diffusione incredibile. Nella letteratura dell’epoca egli è visto in modi diversi: come il tradizionale Figlio di Davide che purificherà Israele dai pagani e dai peccatori; come un essere sovrumano operatore di potenti prodigi; e anche come una figura guerriera, che introdurrà il regno messianico con la forza, lasciando al suolo cadaveri nemici. Farisei e Sadducei dimostravano scarso interesse per l’avvento del Messia; i Farisei cercavano di realizzare il regno di Dio attraverso la preghiera e l’osservanza della Legge. Gli Zeloti sognavano un capo nazionale. Gli Esseni credevano nella venuta di due Messia, un sacerdote e un discendente di Davide. Ma l’attesa messianica era certo più forte in mezzo alla gente qualsiasi, ai poveri, agli emarginati, ai malati che invocavano un liberatore capace di riscattarli dalla loro misera condizione.
La riluttanza di Gesù a dichiararsi apertamente Messia è comprensibile alla luce delle mutevoli circostanze politiche del tempo. Se egli avesse liberato il suo popolo in senso letterale, avrebbe vanificato il suo messaggio per le generazioni successive, legandolo ad un tempo particolare e ad un particolare regime politico. Perciò sofferenza ed esaltazione sono compresenti nella comprensione che Gesù ha di se stesso: egli è insieme un «Uomo per gli altri» e il glorioso Figlio dell’Uomo. Quando altri cominciarono a capire le implicazioni di questo nodo, Gesù fu visto come il Messia non in un unico senso, ma in molti sensi: egli era il Figlio di Dio che manifestava il suo potere divino, era il punto d’arrivo delle speranze dell’Antico Testamento, era il salvatore dei poveri e degli oppressi e, soprattutto, era la rivelazione estrema che Dio aveva fatto di se stesso.
http://vangelo.wordpress.com/2008/06/15/il-messia/
Il termine Messia deriva da un vocabolo ebraico che significa «unto», cioè consacrato mediante unzione. In origine indicava la particolare relazione tra il re della Casa di Davide e Dio: al momento di salire al trono, il re diventava il rappresentante divino, l’intermediario tra Dio e la comunità. Quando Israele fu completamente soggiogata e perse la sua autonomia, il popolo cominciò ad attendere un discendente della Casa di Davide che ne avrebbe ristabilito il potere politico portando a compimento la vittoria delle forze dell’ordine contro quelle del caos.
Così, dopo la disintegrazione del regno nel 586 a.C., i capi spirituali di Israele presero a confortare il loro popolo con la speranza messianica. Questa speranza era talvolta presentata in riferimento ad una figura regale, l’unto di Dio portatore di salvezza, altre volte come un’Età Aurea in cui la potenza di Israele sarebbe stata restaurata e il paese avrebbe conosciuto la pace, la giustizia e l’abbondanza. Comunque la speranza messianica, che fosse vista come legata a un individuo o generalizzata come un’era, conteneva sempre gli ideali del trionfo di Dio sul male, della fondazione di un giusto ordine mondiale e, soprattutto, dell’universalità: il patto stretto con Abramo sarebbe infatti stato messo a disposizione di tutti, la salvezza estesa a tutte le nazioni. Ma vi è talvolta un altro elemento nella raffigurazione del Messia, quello della sofferenza. Questo aspetto è efficacemente descritto nel libro dal profeta Isaia nella figura del Servo Sofferente. I canti del Servo, scritti durante la cattività di Israele, assicuravano al popolo che Dio non lo aveva abbandonato e che, attraverso questo Servo, avrebbe risollevato Israele ed esteso la salvezza a tutti i pagani. Il ministero del Servo, malgrado la sua particolare relazione con Dio, comportava in qualche misterioso modo una grande sofferenza. Ma è proprio questa sofferenza che lo rende capace di servizio: la sua vita è divenuta un’offerta vicaria per tutta l’umanità, ha fatto di lui un «Uomo per gli altri». Molti ravvisano in questa misteriosa figura un’allegoria di Israele; altri vi vedono un profeta maggiore dello stesso Mosè, destinato a rendere universale il messaggio di Dio. Parecchi secoli più tardi, nel periodo della rivolta dei Maccabei, si fa strada un altro concetto del Messia, che appare per la prima volta nel Libro di Daniele. Anche questa figura è un «Unto di Dio» destinato a realizzarne il Regno. La differenza sta nel fatto che questa realizzazione non avverrà nel contesto della storia ma alla fine dei tempi, mediante un intervento soprannaturale. Daniele descrive questa figura in termini simbolici, come un redentore molto potente, al quale tutti gli imperi del mondo renderanno omaggio. Il Figlio dell’Uomo, come appunto viene chiamato, appare anche in altri scritti, non compresi nella Bibbia, dove l’attesa di un messia politico, intensificata da molti secoli di oppressione, si impernia su questa figura soprannaturale. Quando i Romani successero ai Seleucidi nel governo di Israele, lo scontento degli Ebrei raggiunse il culmine. Le idee sul Messia, e l’attesa della sua venuta, conobbero una diffusione incredibile. Nella letteratura dell’epoca egli è visto in modi diversi: come il tradizionale Figlio di Davide che purificherà Israele dai pagani e dai peccatori; come un essere sovrumano operatore di potenti prodigi; e anche come una figura guerriera, che introdurrà il regno messianico con la forza, lasciando al suolo cadaveri nemici. Farisei e Sadducei dimostravano scarso interesse per l’avvento del Messia; i Farisei cercavano di realizzare il regno di Dio attraverso la preghiera e l’osservanza della Legge. Gli Zeloti sognavano un capo nazionale. Gli Esseni credevano nella venuta di due Messia, un sacerdote e un discendente di Davide. Ma l’attesa messianica era certo più forte in mezzo alla gente qualsiasi, ai poveri, agli emarginati, ai malati che invocavano un liberatore capace di riscattarli dalla loro misera condizione.
La riluttanza di Gesù a dichiararsi apertamente Messia è comprensibile alla luce delle mutevoli circostanze politiche del tempo. Se egli avesse liberato il suo popolo in senso letterale, avrebbe vanificato il suo messaggio per le generazioni successive, legandolo ad un tempo particolare e ad un particolare regime politico. Perciò sofferenza ed esaltazione sono compresenti nella comprensione che Gesù ha di se stesso: egli è insieme un «Uomo per gli altri» e il glorioso Figlio dell’Uomo. Quando altri cominciarono a capire le implicazioni di questo nodo, Gesù fu visto come il Messia non in un unico senso, ma in molti sensi: egli era il Figlio di Dio che manifestava il suo potere divino, era il punto d’arrivo delle speranze dell’Antico Testamento, era il salvatore dei poveri e degli oppressi e, soprattutto, era la rivelazione estrema che Dio aveva fatto di se stesso.
http://vangelo.wordpress.com/2008/06/15/il-messia/
I termini di Messia, Cristo, Figlio di Dio, Figlio dell'Uomo
Un sacerdote risponde
Vorrei sapere cosa significano i termini di Messia, Cristo, Figlio di Dio, Figlio dell'Uomo
Quesito
Caro Padre Angelo,
mi scuso in anticipo per la mia insistenza, ed anche per la mia ignoranza, che mi portano a scriverle di nuovo.
Vorrei sapere cosa significavano per gli ebrei al tempo di Gesù questi termini: Messia, Cristo, Figlio di Dio, Figlio dell'Uomo.
Vorrei anche sapere che cosa significano tali termini per gli ebrei di oggi, ed anche cosa significano per noi cristiani.
Vorrei anche sapere che relazione intercorre fra quei termini e Dio (ad esempio: perché il fatto che Gesù sia il Figlio di Dio allora implica anche che sia Dio?).
Mi dispiace di non essere in grado di rispondere da solo a quesiti tanto basilari, mi scuso ancora per questo.
Saluto, ringrazio, prometto preghiera.
Nicola
--------------------------------------------------------------------------------
Risposta del sacerdote
Caro Nicola,
1. Il termine ebraico di Messia viene tradotto in greco con la parola Cristo, e significa Unto.
In Israele erano unti nel Nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una missione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re, dei sacerdoti e, in rari casi, dei profeti.
Unto per eccellenza doveva essere il Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno. Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore (Is 11,2), ad un tempo come re e sacerdote (Zc 4,14; Zc 6,13) ma anche come profeta (Is 61,1; Lc 4,16-21).
L’angelo ha annunziato ai pastori la nascita di Gesù come quella del Messia promesso a Israele: “Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo (Messia) Signore” (Lc 2,11). I pastori dunque hanno capito chi era quel bambino e per questo si sono mossi per andare ad adorarlo.
Gesù è “chiamato Cristo” (Mt 1,16) perché “concepito per opera dello Spirito Santo” (Mt 1,20). Egli fin da principio è “colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo” (Gv 10,36), è l'oggetto della speranza del popolo di Israele (At 28,20).
Gesù ha accettato la professione di fede di Pietro, fatta in prossimità della sua passione, che lo riconosceva quale Messia: “Tu sei il Cristo (Messia), il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16-23). E così Gesù da una parte conferma “che è disceso dal cielo” (Gv 3,13), e dall’altra che “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28). È Messia soprattutto dall’alto della croce.
Dopo la Risurrezione Pietro dirà al popolo: “Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo (Messia) quel Gesù che voi avete crocifisso!” (At 2,36).
2. Nell’Antico Testamento il titolo di “figlio di Dio” è un titolo generico dato agli angeli, al popolo eletto, al re, e sta ad indicare che Dio si prende cura di queste creature, come fa un padre con i suoi figli.
Non è invece la stessa cosa quando questo titolo viene dato a Cristo, il quale non è un figlio, ma il Figlio, come ha riconosciuto San Pietro: “ Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Gesù gli risponde con solennità: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché non la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17).
Si faccia attenzione: Gesù non dice “il Padre nostro che sta nei cieli”, ma “il Padre mio”, perché la sua relazione con Padre è unica e diversa dalla nostra.
Davanti al sinedrio, alla domanda dei suoi accusatori: “Tu dunque sei il Figlio di Dio?”, Gesù ha risposto: “Lo dite voi stessi: io lo sono” (Lc 22,70).
Il centurione davanti a Gesù in croce esclama: “Veramente quest’uomo era il Figlio di Dio” (Mc 15,39).
Solo quando ha insegnato a pregare ha detto: “Voi dunque pregate così: Padre nostro” (Mt 6,9), per dire che in quel momento Lui prega con noi e per noi.
Gesù presenta se stesso come “il Figlio unigenito di Dio” (Gv 3,16) e con tale titolo afferma che egli esiste da tutta l’eternità, ben prima della sua incarnazione.
La Bibbia di Gerusalemme dice che il termine Figlio di Dio potrebbe significare anche una filiazione adottiva. Infatti anche noi siamo figli di Dio. Ma Gesù ci tiene a dire che la sua è una filiazione diversa dalla nostra.
Insieme con altri dati offerti dal Vangelo noi sappiamo che Gesù è il Figlio, la seconda persona della SS. Trinità.
3. Che significa dire che Gesù è il Figlio dell’uomo?
Il profeta Daniele, nell’Antico Testamento, parla di uno, simile ad un “figlio di uomo”, che “appare sulle nubi del cielo” (Dan 7,13) e quindi di origini celesti “al quale Dio “diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto” (Dn 7,14).
Gesù, ad un tale che gli disse: “Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai”, rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20).
E ancora: “Il Figlio dell’uomo… non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28).
Gesù applica a Sé questo titolo per indicare da una parte che Egli è il Messia predetto da Daniele e atteso dagli ebrei, e dall’altra che si è fatto veramente uomo, che ha realmente patito, è morto ed è risorto con una carne veramente umana.
Le origini celesti tuttavia non significano ancora direttamente la divinità di questa persona.
Che Gesù abbia avuto origini celesti e cioè che sia stato concepito per opera dello Spirito santo lo sappiamo da altri passi del Vangelo.
Come vedi, a rigore, questi termini non significano in maniera apodittica la divinità di Gesù. Questa è manifesta da altri passi e soprattutto dalle opere da Gesù compiute.
Quella che si avvicina di più alla divinità è quella di Figlio di Dio. Il Sinedrio interroga Gesù e gli chiede espressamente se lui sia il Cristo, il Figlio di Dio benedetto, lasciando capire che Gesù non è figlio come gli altri, ma in una maniera nuova, superiore, che sorpassava di molto il protocollo messianico, un’affermazione che appariva blasfema, nel senso che Cristo si faceva uguale a Dio.
Gli ebrei di oggi intendono queste parole nel significato comune che avevano a quei tempi.
Per noi invece applicate a Gesù hanno un significato particolare. Questo significato particolare viene ricavato, come ho detto, da altri passi e soprattutto dalle opere da Gesù compiute.
Ti ringrazio per il quesito, come sempre ti prometto una preghiera e ti benedico.
Padre Angelo
http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=831
Vorrei sapere cosa significano i termini di Messia, Cristo, Figlio di Dio, Figlio dell'Uomo
Quesito
Caro Padre Angelo,
mi scuso in anticipo per la mia insistenza, ed anche per la mia ignoranza, che mi portano a scriverle di nuovo.
Vorrei sapere cosa significavano per gli ebrei al tempo di Gesù questi termini: Messia, Cristo, Figlio di Dio, Figlio dell'Uomo.
Vorrei anche sapere che cosa significano tali termini per gli ebrei di oggi, ed anche cosa significano per noi cristiani.
Vorrei anche sapere che relazione intercorre fra quei termini e Dio (ad esempio: perché il fatto che Gesù sia il Figlio di Dio allora implica anche che sia Dio?).
Mi dispiace di non essere in grado di rispondere da solo a quesiti tanto basilari, mi scuso ancora per questo.
Saluto, ringrazio, prometto preghiera.
Nicola
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Risposta del sacerdote
Caro Nicola,
1. Il termine ebraico di Messia viene tradotto in greco con la parola Cristo, e significa Unto.
In Israele erano unti nel Nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una missione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re, dei sacerdoti e, in rari casi, dei profeti.
Unto per eccellenza doveva essere il Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno. Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore (Is 11,2), ad un tempo come re e sacerdote (Zc 4,14; Zc 6,13) ma anche come profeta (Is 61,1; Lc 4,16-21).
L’angelo ha annunziato ai pastori la nascita di Gesù come quella del Messia promesso a Israele: “Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo (Messia) Signore” (Lc 2,11). I pastori dunque hanno capito chi era quel bambino e per questo si sono mossi per andare ad adorarlo.
Gesù è “chiamato Cristo” (Mt 1,16) perché “concepito per opera dello Spirito Santo” (Mt 1,20). Egli fin da principio è “colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo” (Gv 10,36), è l'oggetto della speranza del popolo di Israele (At 28,20).
Gesù ha accettato la professione di fede di Pietro, fatta in prossimità della sua passione, che lo riconosceva quale Messia: “Tu sei il Cristo (Messia), il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16-23). E così Gesù da una parte conferma “che è disceso dal cielo” (Gv 3,13), e dall’altra che “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28). È Messia soprattutto dall’alto della croce.
Dopo la Risurrezione Pietro dirà al popolo: “Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo (Messia) quel Gesù che voi avete crocifisso!” (At 2,36).
2. Nell’Antico Testamento il titolo di “figlio di Dio” è un titolo generico dato agli angeli, al popolo eletto, al re, e sta ad indicare che Dio si prende cura di queste creature, come fa un padre con i suoi figli.
Non è invece la stessa cosa quando questo titolo viene dato a Cristo, il quale non è un figlio, ma il Figlio, come ha riconosciuto San Pietro: “ Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Gesù gli risponde con solennità: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché non la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17).
Si faccia attenzione: Gesù non dice “il Padre nostro che sta nei cieli”, ma “il Padre mio”, perché la sua relazione con Padre è unica e diversa dalla nostra.
Davanti al sinedrio, alla domanda dei suoi accusatori: “Tu dunque sei il Figlio di Dio?”, Gesù ha risposto: “Lo dite voi stessi: io lo sono” (Lc 22,70).
Il centurione davanti a Gesù in croce esclama: “Veramente quest’uomo era il Figlio di Dio” (Mc 15,39).
Solo quando ha insegnato a pregare ha detto: “Voi dunque pregate così: Padre nostro” (Mt 6,9), per dire che in quel momento Lui prega con noi e per noi.
Gesù presenta se stesso come “il Figlio unigenito di Dio” (Gv 3,16) e con tale titolo afferma che egli esiste da tutta l’eternità, ben prima della sua incarnazione.
La Bibbia di Gerusalemme dice che il termine Figlio di Dio potrebbe significare anche una filiazione adottiva. Infatti anche noi siamo figli di Dio. Ma Gesù ci tiene a dire che la sua è una filiazione diversa dalla nostra.
Insieme con altri dati offerti dal Vangelo noi sappiamo che Gesù è il Figlio, la seconda persona della SS. Trinità.
3. Che significa dire che Gesù è il Figlio dell’uomo?
Il profeta Daniele, nell’Antico Testamento, parla di uno, simile ad un “figlio di uomo”, che “appare sulle nubi del cielo” (Dan 7,13) e quindi di origini celesti “al quale Dio “diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto” (Dn 7,14).
Gesù, ad un tale che gli disse: “Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai”, rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20).
E ancora: “Il Figlio dell’uomo… non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28).
Gesù applica a Sé questo titolo per indicare da una parte che Egli è il Messia predetto da Daniele e atteso dagli ebrei, e dall’altra che si è fatto veramente uomo, che ha realmente patito, è morto ed è risorto con una carne veramente umana.
Le origini celesti tuttavia non significano ancora direttamente la divinità di questa persona.
Che Gesù abbia avuto origini celesti e cioè che sia stato concepito per opera dello Spirito santo lo sappiamo da altri passi del Vangelo.
Come vedi, a rigore, questi termini non significano in maniera apodittica la divinità di Gesù. Questa è manifesta da altri passi e soprattutto dalle opere da Gesù compiute.
Quella che si avvicina di più alla divinità è quella di Figlio di Dio. Il Sinedrio interroga Gesù e gli chiede espressamente se lui sia il Cristo, il Figlio di Dio benedetto, lasciando capire che Gesù non è figlio come gli altri, ma in una maniera nuova, superiore, che sorpassava di molto il protocollo messianico, un’affermazione che appariva blasfema, nel senso che Cristo si faceva uguale a Dio.
Gli ebrei di oggi intendono queste parole nel significato comune che avevano a quei tempi.
Per noi invece applicate a Gesù hanno un significato particolare. Questo significato particolare viene ricavato, come ho detto, da altri passi e soprattutto dalle opere da Gesù compiute.
Ti ringrazio per il quesito, come sempre ti prometto una preghiera e ti benedico.
Padre Angelo
http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=831
Gesù, Messia e Figlio di Dio
LA STORICITÀ DI GESÙ
Gesù, Messia e Figlio di Dio
Per riprendere il cammino
LA DOMANDA FONDAMENTALE – Nell’affrontare la vicenda storica di Gesù, così come è narrata nei Vangeli, più volte ci siamo incontrati con la domanda: chi è dunque Gesù? La sua personalità singolare e sorprendente, la sua predicazione, i gesti da lui compiuti e, in particolare, la modalità della sua morte violenta, spingono a chiedersi: chi è realmente questo personaggio? Il fatto che sia stato identificato dai suoi discepoli e dalla primitiva comunità cristiana come Messia e Figlio di Dio è attendibile?
IL PROBLEMA – Questo è il problema che vogliamo affrontare: Gesù ha realmente affermato, nella sua vita terrena, di essere Messia e Figlio di Dio, oppure tale affermazione non è sua ma è stata messa sulla sua bocca dalla primitiva comunità cristiana? Siamo ricondotti, ancora una volta, al problema della credibilità storica dei vangeli: per dare risposta a una simile domanda, è necessario interrogarsi sulle caratteristiche della primitiva comunità cristiane e sulle modalità con cui il messaggio di Gesù è stato trasmesso.
La formazione dei vangeli e la loro credibilità
ALCUNE CERTEZZE MESSE IN DUBBIO – Fino a metà del secolo scorso la credibilità storica dei vangeli non era mai stata messa seriamente in discussione. Si riteneva che questi testi risalivano ad autori sicuri (Matteo, Marco, Luca, Giovanni), che avevano conosciuto da vicino i fatti di cui parlavano e non avevano motivi per ingannare i loro ascoltatori. In seguito, però, la scoperta che i vangeli non sono una registrazione immediata di ciò che è avvenuto Luca e Marco non sono testimoni oculari), ma sono passati attraverso un processo di formazione (iniziato con la predicazione orale) ha fatto sorgere dei dubbi, accentuati dal fatto che questi testi sono chiaramente opera di credenti, i quali cercano di persuadere e istruire altri.
LA COMUNITA DI VITA DI GESÙ CON I DOCICI – Durante la sua vita terrena, Gesù aveva raccolto attorno a sé dei discepoli: non si è presentato in Israele come un profeta isolato, ma come un maestro, anche se originale. Contrariamente a quanto avveniva a quel tempo, quando erano le persone che desideravano dedicarsi allo studio della Legge a scegliersi i loro maestri tra i rabbì più noti e autorevoli, Gesù scelse lui stesso i suoi discepoli (i Dodici) nella cerchia più larga di persone che lo seguivano (tra cui non poche donne). Questa comunità di vita di Gesù con i Dodici è già tale, da sola, da favorire il sorgere di tradizioni sull’insegnamento di Gesù. Essa crea quel contatto familiare e quotidiano che fa assimilare in modo profondo le idee e i principi del maestro.
Ma c’è in Gesù una qualità particolare che favorisce ancora di più l’imprimersi dei ricordi. Il suo insegnamento non è di carattere puramente progressivo e teorico (come in una scuola), ma pratico e occasionale, legato alle circostanze della vita quotidiana, fatto di parole brevi e penetranti, espresso in formule originali e talora paradossali (non con un linguaggio astruso e incolore). Con molta probabilità, secondo il metodo comune ai maestri religiosi di allora, Gesù ripeteva più volte lo stesso insegnamento e anche la forma letteraria utilizzata era tale da facilitare l’apprendimento (ad esempio l’andamento ritmico delle frasi, l’uso di antitesi frequenti, le immagini prese dalla vita vissuta). Infine, la comunità di vita dei discepoli con il maestro, i fatti drammatici cui parteciparono insieme e soprattutto i momenti della passione, si impressero nella loro mente con quella intensità con cui si imprimono in noi quegli episodi di cui abbiamo particolarmente goduto o sofferto.
LA PREDICAZIONE DEGLI APOSTOLI – Nei Vangeli possiamo dunque risentire il timbro genuino di molte parole di Gesù. Ma tra la comunità di vita di Gesù con i Dodici e la stesura dei vangeli che noi possediamo c’è di mezzo un periodo abbastanza lungo (circa 30 anni): quello della primitiva predicazione. Quali caratteristiche aveva tale predicazione? Ha potuto cambiare l’insegnamento originale o inventare qualcosa?
Prima di tutto si tratta di una predicazione che non si appoggia sulla fantasia o sul sentito dire, ma che voleva essere storicamente fondata, cioè riportare i fatti e i detti di Gesù così come i testimoni degni di fede li avevano percepiti.
In secondo luogo, non si tratta di una predicazione lasciata alla libera iniziativa di chiunque, tanto meno di fanatici. Essa era rigorosamente riservata agli apostoli e a coloro che avevano ricevuto da essi il mandato di predicare. Le notizia che si tramandavano si Gesù erano quindi parte di una predicazione organizzata e controllata.
Per di più, l’ambiente a cui gli Apostoli affidano la trasmissione del messaggio evangelico era un ambiente che dava grande valore alla “tradizione”. Proprio la tradizione orale garantisce la fedeltà nella trasmissione dei ricordi su Gesù ancor più di una registrazione meccanica che fissa il timbro di voce ma non riproduce l’anima.
Evidentemente, questa predicazione apostolica era una predicazione “viva”. Pur mantenendosi fedelissima al messaggio di Gesù, essa poteva – come ogni predicazione – permettersi di adattare all’uditorio ciò che doveva essere detto. Proprio questa possibilità di adattamento garantiva la fedeltà al messaggio, affinché esso non restasse pura lettera, ma fosse inteso secondo il suo vero spirito. Inoltre, è una predicazione viva perché non si limita a ripetere materialmente le parole dei testimoni, ma è sorretta dalla fede nella risurrezione di Gesù (che permette di comprendere meglio il significato della sua vicenda storica) e dall’azione dello Spirito, espressamente promesso da Gesù.
GLI EVANGELISTI SCRIVONO – La predicazione primitiva, che viene chiamata anche il “vangelo orale”, ad un certo punto viene messa per iscritto. E’ una esigenza della comunità, sia per tornare sopra con più agio a quanto veniva trasmesso, sia per formare con più facilità nuovi predicatori. Se i testi che noi possediamo sono dunque scritti da credenti, ciò non toglie la certezza del loro valore storico, anzi, ne è una conferma: proprio perché scritti da persone che aderivano a Gesù, i vangeli e gli scritti del Nuovo Testamento mostrano la preoccupazione di riferire accuratamente i suoi fatti e le sue parole.
Possibilità di una frode
Abbiamo a questo punto, la certezza morale – l’unica che si può avere in campo storico – che i vangeli riportano sostanzialmente quanto ha detto e fatto Gesù di Nazareth, e quindi anche la sua affermazione di essere Messia (crocifisso) e Figlio (di Dio), sia pure espressa in maniera velata e allusiva (confermando le parole di altri e parlando di sé come del “Figlio dell’uomo”). Ci si può chiedere a questo punto se – nonostante quello che si è detto – non siano stati altri ad attribuire a Gesù i caratteri di Messia e di Figlio di Dio. Ciò non è storicamente possibile! Infatti, i primi che hanno creduto a Gesù Messia e Figlio di Dio erano ebrei, e quindi rigidi monoteisti, che mai avrebbero potuto pensare di dare a JHWH un figlio: se lo confessano, è perché Gesù stesso lo ha affermato. Inoltre, in quanto ebrei aspettavano il Messia davidico, glorioso e potente, e mai avrebbero creduto in Gesù, il Messia crocifisso, se Gesù non avesse spiegato loro tale messianicità.
Taluni asseriscono che sia stato Paolo di Tarso a fare di Gesù il Figlio di Dio; ma si deve ricordare che egli era un pio ebreo, della setta dei farisei, e aveva approvato l’uccisione di Stefano proprio perché questi, dinanzi al sinedrio, aveva confessato la divinità di Gesù. Alcuni hanno affermato che sono state le comunità ellenistiche a fare di Gesù un “uomo divino”, un “Figlio di Dio”, sull’esempio dei “semidei” che erano uomini divinizzati nella mitologia greca. In realtà, le comunità cristiane ellenistiche sono fondate e dirette da ebrei, come Paolo e Barnaba, e fin dal principio adorano Gesù come Figlio di Dio, Signore e Salvatore. Ora è impensabile che Paolo, da cristiano di origine ebraica qual era, assumesse dalla mitologia greca l’idea di “uomo divino” per attribuirla a Gesù. Gesù, dunque, ha parlato di sé come “Messia” e “Figlio di Dio”. Perché?
Gesù è stato sincero?
Gesù si è proclamato Messia e Figlio di Dio. Ha dunque avuto la piena e chiara coscienza di non essere semplicemente uomo, ma di essere il Messia promesso a Israele e, ancor più, di essere il Figlio, di avere cioè nei confronti di Dio un rapporto di figliolanza così singolare da poterlo chiamare “abbà” (Padre). Di fronte a questo fatto si pongono due domande.
CONTRO OGNI IPOCRISIA – Ciò che maggiormente risalta della personalità di Gesù, infatti, è la sua sincerità e ciò che egli ha maggiormente in orrore è l’ipocrisia e la menzogna. Gli stessi suoi avversari riconoscono la sua sincerità: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio” (Mc 12,14). Gesù smaschera con durezza ogni ipocrisia, dovunque essa si trovi e comunque si esprima, in particolare in campo religioso. Parrebbe impensabile che egli stesso sia caduto in ciò che così duramente condanna: che quindi sia stato insincero e ipocrita. Una simile evenienza è contro le leggi più elementari della psicologia. Del resto, i suoi avversari lo accusano di molte trasgressioni, ma non di essere falso e insincero.
SENZA CERCARE IL PROPRIO INTERESSE – Che Gesù, non solo nel comportamento esteriore, ma anche nel suo intimo, sia profondamente sincero e non cerchi di ingannare i suoi interlocutori lo mostra il fatto che egli non cerca il successo, il potere, la gloria e tanto meno il denaro. Non approfitta del successo riscosso tra le folle nei primi tempi della sua predicazione, stronca ogni entusiasmo messianico e proibisce di parlare di quanto egli ha fatto a favore dei malati. Gesù impone il segreto sulla sua persona tanto alle persone da lui guarite quanto ai discepoli che lo seguono, non volendo far credere loro di essere ciò che egli non era e non voleva essere, cioè un Messia “politico”, lungamente atteso da tutto Israele.
FINO ALLA MORTE – Ma non è tutto. La sua sincerità porta Gesù all’apparente fallimento della sua missione e alla morte. Egli lo sa e lo accetta. Potrebbe evitare questo tragico destino, ma solo a costo di essere insincero e falso, di non dire la verità, di mentire a se stesso e agli altri. All’inizio del suo ministero le folle gli corrono dietro: sono affascinate dalla sua parola e soprattutto dai segni che compie. Ma presto si manifesta fra lui e le folle una profonda incomprensione: le folle non accolgono il suo vangelo e l’invito alla conversione, ma cercano solo benefici materiali.
Ad un certo punto Gesù si distacca dalle folle che si diradano attorno a lui, deluse del fatto che egli non corrisponde alle loro attese, per consacrarsi all’istruzione e alla formazione dei pochi discepoli che gli rimangono fedeli, ma tra i quali non manca di serpeggiare una certa delusione, che a un certo momento sfocerà in un vero e proprio abbandono. Anche gli scribi e i farisei al principio non nutrono particolare avversione nei suoi riguardi, ma Gesù non cerca di accattivarsi il loro animo, anzi entra spesso in polemica con alcuni di loro, senza cercare facili accordi. Ma la sincerità di Gesù appare nella maniera più chiara e più forte quando compare di fronte al Sinedrio ebraico per essere giudicato. Pur sapendo di andare incontro alla morte, non retrocede.
GESÙ POTREBBE ESSERSI INGANNATO – Da quanto detto, non possiamo dubitare della sincerità di Gesù. Nasce però un secondo problema: se Gesù è stato assolutamente sincero e se non ha avuto la minima intenzione e volontà di ingannare, si può affermare con certezza che egli stesso non si sia ingannato, credendo di essere il Messia e il Figlio di Dio, mentre in realtà non lo era? Si può escludere che Gesù sia stato un “esaltato” in campo religioso, una persona affetta da megalomania religiosa, come ce ne sono stati tanti nel passato e ce ne sono ancora oggi? Per risolvere questo problema bisogna esaminare lo stato di salute fisica e mentale di Gesù.
LO STATO DI SALUTE FISICA DI GESÙ – Quanto allo stato di salute fisica, nei Vangeli non se ne parla direttamente. Non si parla mai, certo, di malattie di cui Gesù avrebbe sofferto; ma ciò è solo un indizio del suo buono stato di salute fisica, non però un argomento. Tuttavia Matteo ricorda che Gesù, guarendo i malati, ha adempiuto l profezia di Isaia: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8,17). Se Gesù fosse stato malato, l’evangelista avrebbe visto la realizzazione di tale profezia non nel fatto che Gesù ha preso su di sé, guarendole, le malattie degli altri, ma che, malato egli stesso, ha partecipato alla condizione umana, spesso toccata dalla malattia, e in tal modo ha caricato sulle sue spalle il male del mondo. Ad ogni modo, l’argomento più forte che si può portare a favore della perfetta sanità fisica di Gesù è l’enorme mole di lavoro apostolico che egli ha svolto nella sua vita, in condizioni di estremo disagio fisico e spirituale. Per oltre due anni ha condotto una vita itinerante, con giornate di intenso lavoro, passano spesso le notti in preghiera, senza avere a volte il tempo (né lui né i discepoli) di mangiare, tenuto d’occhio e quasi braccato dai suoi avversari.
LO STATO DI SANITA MENTALE DI GESÙ – Anche su questo punto i Vangeli non forniscono nessuna testimonianza diretta. Abbiamo però molti indizi indiretti che ci portano a concludere che Gesù ha goduto di una perfetta sanità mentale. Anzitutto, manca in lui ogni segno di esaltazione religiosa o che potrebbe far pensare a ciò. La sua religiosità è intima, profonda: frequenta come ogni pio ebreo la sinagoga, dove ogni tanto gli chiedono di leggere e di spiegare le Scritture, ma soprattutto ama la preghiera silenziosa e nascosta. Ed è ciò che insegna anche ai suoi discepoli. Non si notano in lui fenomeni di ordine mistico, come estasi, rapimenti, visioni di Dio o di esseri soprannaturali.
IL SANO REALISMO DI GESÙ – Ciò che meglio dimostra la sanità mentale di Gesù è il suo realismo. Gesù è tutt’altro che un sognatore. Ha invece i piedi ben piantati per terra. Non si fa perciò illusioni né sulle persone, né sul successo della sua predicazione, né sul suo destino finale che sarà un destino di morte. Certamente non è un pessimista, perché sa vedere, in particolare nei poveri, nei semplici e nei bambini, un’apertura a Dio, una disponibilità ad accogliere il suo messaggio, così come vede nei peccatori, nei pubblicani e nelle prostitute un cuore capace di aprirsi alla salvezza. Tuttavia, senza essere pessimista, è realista: egli sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo (cfr. Gv 2,23-25). Questo realismo gli fa subito comprendere che la sua predicazione è destinata all’insuccesso (cfr. Mc 6,4). Non si fa perciò illusioni quando vede folle immense che si accalcano attorno a lui e neppure si fa illusioni sulla fedeltà dei suoi discepoli (cfr. Gv 6,64). Soprattutto Gesù non si fa illusioni su quale sarà il suo destino. Egli sente che la diffidenza che scribi e farisei nutrono nei suoi riguardi all’inizio del suo ministero, per il fatto che il suo modo di insegnare si discosta da quello tradizionale, si tramuterà presto in odio mortale.
Una conclusione ragionevole
Gesù dunque è veramente il Messia e il Figlio di Dio? Per quanto incredibile ciò possa sembrare, abbiamo valide ragioni per dire di sì. Non sono ragioni che “costringono” a compiere l’atto di fede, perché questo rimane sempre un atto libero dell’uomo che risponde all’invito di Dio. Sono però ragioni serie, le quali mostrano che l’atto libero di fede è ragionevole, è fondato su motivi validi.
Tale affermazione ha poi avuto “conferma” nella vittoria sulla morte. Ed è quanto vedremo.
http://holy.harmoniae.com/gesu_09_messia.htm
Gesù, Messia e Figlio di Dio
Per riprendere il cammino
LA DOMANDA FONDAMENTALE – Nell’affrontare la vicenda storica di Gesù, così come è narrata nei Vangeli, più volte ci siamo incontrati con la domanda: chi è dunque Gesù? La sua personalità singolare e sorprendente, la sua predicazione, i gesti da lui compiuti e, in particolare, la modalità della sua morte violenta, spingono a chiedersi: chi è realmente questo personaggio? Il fatto che sia stato identificato dai suoi discepoli e dalla primitiva comunità cristiana come Messia e Figlio di Dio è attendibile?
IL PROBLEMA – Questo è il problema che vogliamo affrontare: Gesù ha realmente affermato, nella sua vita terrena, di essere Messia e Figlio di Dio, oppure tale affermazione non è sua ma è stata messa sulla sua bocca dalla primitiva comunità cristiana? Siamo ricondotti, ancora una volta, al problema della credibilità storica dei vangeli: per dare risposta a una simile domanda, è necessario interrogarsi sulle caratteristiche della primitiva comunità cristiane e sulle modalità con cui il messaggio di Gesù è stato trasmesso.
La formazione dei vangeli e la loro credibilità
ALCUNE CERTEZZE MESSE IN DUBBIO – Fino a metà del secolo scorso la credibilità storica dei vangeli non era mai stata messa seriamente in discussione. Si riteneva che questi testi risalivano ad autori sicuri (Matteo, Marco, Luca, Giovanni), che avevano conosciuto da vicino i fatti di cui parlavano e non avevano motivi per ingannare i loro ascoltatori. In seguito, però, la scoperta che i vangeli non sono una registrazione immediata di ciò che è avvenuto Luca e Marco non sono testimoni oculari), ma sono passati attraverso un processo di formazione (iniziato con la predicazione orale) ha fatto sorgere dei dubbi, accentuati dal fatto che questi testi sono chiaramente opera di credenti, i quali cercano di persuadere e istruire altri.
LA COMUNITA DI VITA DI GESÙ CON I DOCICI – Durante la sua vita terrena, Gesù aveva raccolto attorno a sé dei discepoli: non si è presentato in Israele come un profeta isolato, ma come un maestro, anche se originale. Contrariamente a quanto avveniva a quel tempo, quando erano le persone che desideravano dedicarsi allo studio della Legge a scegliersi i loro maestri tra i rabbì più noti e autorevoli, Gesù scelse lui stesso i suoi discepoli (i Dodici) nella cerchia più larga di persone che lo seguivano (tra cui non poche donne). Questa comunità di vita di Gesù con i Dodici è già tale, da sola, da favorire il sorgere di tradizioni sull’insegnamento di Gesù. Essa crea quel contatto familiare e quotidiano che fa assimilare in modo profondo le idee e i principi del maestro.
Ma c’è in Gesù una qualità particolare che favorisce ancora di più l’imprimersi dei ricordi. Il suo insegnamento non è di carattere puramente progressivo e teorico (come in una scuola), ma pratico e occasionale, legato alle circostanze della vita quotidiana, fatto di parole brevi e penetranti, espresso in formule originali e talora paradossali (non con un linguaggio astruso e incolore). Con molta probabilità, secondo il metodo comune ai maestri religiosi di allora, Gesù ripeteva più volte lo stesso insegnamento e anche la forma letteraria utilizzata era tale da facilitare l’apprendimento (ad esempio l’andamento ritmico delle frasi, l’uso di antitesi frequenti, le immagini prese dalla vita vissuta). Infine, la comunità di vita dei discepoli con il maestro, i fatti drammatici cui parteciparono insieme e soprattutto i momenti della passione, si impressero nella loro mente con quella intensità con cui si imprimono in noi quegli episodi di cui abbiamo particolarmente goduto o sofferto.
LA PREDICAZIONE DEGLI APOSTOLI – Nei Vangeli possiamo dunque risentire il timbro genuino di molte parole di Gesù. Ma tra la comunità di vita di Gesù con i Dodici e la stesura dei vangeli che noi possediamo c’è di mezzo un periodo abbastanza lungo (circa 30 anni): quello della primitiva predicazione. Quali caratteristiche aveva tale predicazione? Ha potuto cambiare l’insegnamento originale o inventare qualcosa?
Prima di tutto si tratta di una predicazione che non si appoggia sulla fantasia o sul sentito dire, ma che voleva essere storicamente fondata, cioè riportare i fatti e i detti di Gesù così come i testimoni degni di fede li avevano percepiti.
In secondo luogo, non si tratta di una predicazione lasciata alla libera iniziativa di chiunque, tanto meno di fanatici. Essa era rigorosamente riservata agli apostoli e a coloro che avevano ricevuto da essi il mandato di predicare. Le notizia che si tramandavano si Gesù erano quindi parte di una predicazione organizzata e controllata.
Per di più, l’ambiente a cui gli Apostoli affidano la trasmissione del messaggio evangelico era un ambiente che dava grande valore alla “tradizione”. Proprio la tradizione orale garantisce la fedeltà nella trasmissione dei ricordi su Gesù ancor più di una registrazione meccanica che fissa il timbro di voce ma non riproduce l’anima.
Evidentemente, questa predicazione apostolica era una predicazione “viva”. Pur mantenendosi fedelissima al messaggio di Gesù, essa poteva – come ogni predicazione – permettersi di adattare all’uditorio ciò che doveva essere detto. Proprio questa possibilità di adattamento garantiva la fedeltà al messaggio, affinché esso non restasse pura lettera, ma fosse inteso secondo il suo vero spirito. Inoltre, è una predicazione viva perché non si limita a ripetere materialmente le parole dei testimoni, ma è sorretta dalla fede nella risurrezione di Gesù (che permette di comprendere meglio il significato della sua vicenda storica) e dall’azione dello Spirito, espressamente promesso da Gesù.
GLI EVANGELISTI SCRIVONO – La predicazione primitiva, che viene chiamata anche il “vangelo orale”, ad un certo punto viene messa per iscritto. E’ una esigenza della comunità, sia per tornare sopra con più agio a quanto veniva trasmesso, sia per formare con più facilità nuovi predicatori. Se i testi che noi possediamo sono dunque scritti da credenti, ciò non toglie la certezza del loro valore storico, anzi, ne è una conferma: proprio perché scritti da persone che aderivano a Gesù, i vangeli e gli scritti del Nuovo Testamento mostrano la preoccupazione di riferire accuratamente i suoi fatti e le sue parole.
Possibilità di una frode
Abbiamo a questo punto, la certezza morale – l’unica che si può avere in campo storico – che i vangeli riportano sostanzialmente quanto ha detto e fatto Gesù di Nazareth, e quindi anche la sua affermazione di essere Messia (crocifisso) e Figlio (di Dio), sia pure espressa in maniera velata e allusiva (confermando le parole di altri e parlando di sé come del “Figlio dell’uomo”). Ci si può chiedere a questo punto se – nonostante quello che si è detto – non siano stati altri ad attribuire a Gesù i caratteri di Messia e di Figlio di Dio. Ciò non è storicamente possibile! Infatti, i primi che hanno creduto a Gesù Messia e Figlio di Dio erano ebrei, e quindi rigidi monoteisti, che mai avrebbero potuto pensare di dare a JHWH un figlio: se lo confessano, è perché Gesù stesso lo ha affermato. Inoltre, in quanto ebrei aspettavano il Messia davidico, glorioso e potente, e mai avrebbero creduto in Gesù, il Messia crocifisso, se Gesù non avesse spiegato loro tale messianicità.
Taluni asseriscono che sia stato Paolo di Tarso a fare di Gesù il Figlio di Dio; ma si deve ricordare che egli era un pio ebreo, della setta dei farisei, e aveva approvato l’uccisione di Stefano proprio perché questi, dinanzi al sinedrio, aveva confessato la divinità di Gesù. Alcuni hanno affermato che sono state le comunità ellenistiche a fare di Gesù un “uomo divino”, un “Figlio di Dio”, sull’esempio dei “semidei” che erano uomini divinizzati nella mitologia greca. In realtà, le comunità cristiane ellenistiche sono fondate e dirette da ebrei, come Paolo e Barnaba, e fin dal principio adorano Gesù come Figlio di Dio, Signore e Salvatore. Ora è impensabile che Paolo, da cristiano di origine ebraica qual era, assumesse dalla mitologia greca l’idea di “uomo divino” per attribuirla a Gesù. Gesù, dunque, ha parlato di sé come “Messia” e “Figlio di Dio”. Perché?
Gesù è stato sincero?
Gesù si è proclamato Messia e Figlio di Dio. Ha dunque avuto la piena e chiara coscienza di non essere semplicemente uomo, ma di essere il Messia promesso a Israele e, ancor più, di essere il Figlio, di avere cioè nei confronti di Dio un rapporto di figliolanza così singolare da poterlo chiamare “abbà” (Padre). Di fronte a questo fatto si pongono due domande.
CONTRO OGNI IPOCRISIA – Ciò che maggiormente risalta della personalità di Gesù, infatti, è la sua sincerità e ciò che egli ha maggiormente in orrore è l’ipocrisia e la menzogna. Gli stessi suoi avversari riconoscono la sua sincerità: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio” (Mc 12,14). Gesù smaschera con durezza ogni ipocrisia, dovunque essa si trovi e comunque si esprima, in particolare in campo religioso. Parrebbe impensabile che egli stesso sia caduto in ciò che così duramente condanna: che quindi sia stato insincero e ipocrita. Una simile evenienza è contro le leggi più elementari della psicologia. Del resto, i suoi avversari lo accusano di molte trasgressioni, ma non di essere falso e insincero.
SENZA CERCARE IL PROPRIO INTERESSE – Che Gesù, non solo nel comportamento esteriore, ma anche nel suo intimo, sia profondamente sincero e non cerchi di ingannare i suoi interlocutori lo mostra il fatto che egli non cerca il successo, il potere, la gloria e tanto meno il denaro. Non approfitta del successo riscosso tra le folle nei primi tempi della sua predicazione, stronca ogni entusiasmo messianico e proibisce di parlare di quanto egli ha fatto a favore dei malati. Gesù impone il segreto sulla sua persona tanto alle persone da lui guarite quanto ai discepoli che lo seguono, non volendo far credere loro di essere ciò che egli non era e non voleva essere, cioè un Messia “politico”, lungamente atteso da tutto Israele.
FINO ALLA MORTE – Ma non è tutto. La sua sincerità porta Gesù all’apparente fallimento della sua missione e alla morte. Egli lo sa e lo accetta. Potrebbe evitare questo tragico destino, ma solo a costo di essere insincero e falso, di non dire la verità, di mentire a se stesso e agli altri. All’inizio del suo ministero le folle gli corrono dietro: sono affascinate dalla sua parola e soprattutto dai segni che compie. Ma presto si manifesta fra lui e le folle una profonda incomprensione: le folle non accolgono il suo vangelo e l’invito alla conversione, ma cercano solo benefici materiali.
Ad un certo punto Gesù si distacca dalle folle che si diradano attorno a lui, deluse del fatto che egli non corrisponde alle loro attese, per consacrarsi all’istruzione e alla formazione dei pochi discepoli che gli rimangono fedeli, ma tra i quali non manca di serpeggiare una certa delusione, che a un certo momento sfocerà in un vero e proprio abbandono. Anche gli scribi e i farisei al principio non nutrono particolare avversione nei suoi riguardi, ma Gesù non cerca di accattivarsi il loro animo, anzi entra spesso in polemica con alcuni di loro, senza cercare facili accordi. Ma la sincerità di Gesù appare nella maniera più chiara e più forte quando compare di fronte al Sinedrio ebraico per essere giudicato. Pur sapendo di andare incontro alla morte, non retrocede.
GESÙ POTREBBE ESSERSI INGANNATO – Da quanto detto, non possiamo dubitare della sincerità di Gesù. Nasce però un secondo problema: se Gesù è stato assolutamente sincero e se non ha avuto la minima intenzione e volontà di ingannare, si può affermare con certezza che egli stesso non si sia ingannato, credendo di essere il Messia e il Figlio di Dio, mentre in realtà non lo era? Si può escludere che Gesù sia stato un “esaltato” in campo religioso, una persona affetta da megalomania religiosa, come ce ne sono stati tanti nel passato e ce ne sono ancora oggi? Per risolvere questo problema bisogna esaminare lo stato di salute fisica e mentale di Gesù.
LO STATO DI SALUTE FISICA DI GESÙ – Quanto allo stato di salute fisica, nei Vangeli non se ne parla direttamente. Non si parla mai, certo, di malattie di cui Gesù avrebbe sofferto; ma ciò è solo un indizio del suo buono stato di salute fisica, non però un argomento. Tuttavia Matteo ricorda che Gesù, guarendo i malati, ha adempiuto l profezia di Isaia: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8,17). Se Gesù fosse stato malato, l’evangelista avrebbe visto la realizzazione di tale profezia non nel fatto che Gesù ha preso su di sé, guarendole, le malattie degli altri, ma che, malato egli stesso, ha partecipato alla condizione umana, spesso toccata dalla malattia, e in tal modo ha caricato sulle sue spalle il male del mondo. Ad ogni modo, l’argomento più forte che si può portare a favore della perfetta sanità fisica di Gesù è l’enorme mole di lavoro apostolico che egli ha svolto nella sua vita, in condizioni di estremo disagio fisico e spirituale. Per oltre due anni ha condotto una vita itinerante, con giornate di intenso lavoro, passano spesso le notti in preghiera, senza avere a volte il tempo (né lui né i discepoli) di mangiare, tenuto d’occhio e quasi braccato dai suoi avversari.
LO STATO DI SANITA MENTALE DI GESÙ – Anche su questo punto i Vangeli non forniscono nessuna testimonianza diretta. Abbiamo però molti indizi indiretti che ci portano a concludere che Gesù ha goduto di una perfetta sanità mentale. Anzitutto, manca in lui ogni segno di esaltazione religiosa o che potrebbe far pensare a ciò. La sua religiosità è intima, profonda: frequenta come ogni pio ebreo la sinagoga, dove ogni tanto gli chiedono di leggere e di spiegare le Scritture, ma soprattutto ama la preghiera silenziosa e nascosta. Ed è ciò che insegna anche ai suoi discepoli. Non si notano in lui fenomeni di ordine mistico, come estasi, rapimenti, visioni di Dio o di esseri soprannaturali.
IL SANO REALISMO DI GESÙ – Ciò che meglio dimostra la sanità mentale di Gesù è il suo realismo. Gesù è tutt’altro che un sognatore. Ha invece i piedi ben piantati per terra. Non si fa perciò illusioni né sulle persone, né sul successo della sua predicazione, né sul suo destino finale che sarà un destino di morte. Certamente non è un pessimista, perché sa vedere, in particolare nei poveri, nei semplici e nei bambini, un’apertura a Dio, una disponibilità ad accogliere il suo messaggio, così come vede nei peccatori, nei pubblicani e nelle prostitute un cuore capace di aprirsi alla salvezza. Tuttavia, senza essere pessimista, è realista: egli sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo (cfr. Gv 2,23-25). Questo realismo gli fa subito comprendere che la sua predicazione è destinata all’insuccesso (cfr. Mc 6,4). Non si fa perciò illusioni quando vede folle immense che si accalcano attorno a lui e neppure si fa illusioni sulla fedeltà dei suoi discepoli (cfr. Gv 6,64). Soprattutto Gesù non si fa illusioni su quale sarà il suo destino. Egli sente che la diffidenza che scribi e farisei nutrono nei suoi riguardi all’inizio del suo ministero, per il fatto che il suo modo di insegnare si discosta da quello tradizionale, si tramuterà presto in odio mortale.
Una conclusione ragionevole
Gesù dunque è veramente il Messia e il Figlio di Dio? Per quanto incredibile ciò possa sembrare, abbiamo valide ragioni per dire di sì. Non sono ragioni che “costringono” a compiere l’atto di fede, perché questo rimane sempre un atto libero dell’uomo che risponde all’invito di Dio. Sono però ragioni serie, le quali mostrano che l’atto libero di fede è ragionevole, è fondato su motivi validi.
Tale affermazione ha poi avuto “conferma” nella vittoria sulla morte. Ed è quanto vedremo.
http://holy.harmoniae.com/gesu_09_messia.htm
Il valore storico dei vangeli
LA STORICITÀ DI GESÙ
Il valore storico dei vangeli
Le fonti
I LIBRI CANONICI DEL NUOVO TESTAMENTO – La fonte principale della nostra conoscenza sul Gesù storico è anche il problema principale: i quattro vangeli canonici che i cristiani considerano parte del Nuovo Testamento. Essi mirano prima di tutto a proclamare e a rafforzare la fede in Gesù come Figlio di Dio, Signore e Messia. Non intendono né pretendono dare qualcosa di simile a una narrazione completa, e neanche sommaria, della vita di Gesù. da qui l'impossibilità di stendere una "biografia" di Gesù in senso moderno.
Il termine "vangelo" viene dal greco euanghelion (latino: evangelium) e significa "buona notizia", "lieto messaggio". Questo messaggio – trasmesso oralmente – ha come suo contenuto essenziale la persona di Gesù, il suo insegnamento, la sua morte e risurrezione. Solo agli inizi del II secolo (dal 100 d.C.) si comincia a usare il termine "vangelo" per indicare quei testi che contengono il messaggio di Gesù, messo nel frattempo per iscritto. Così Giustino, verso il 150 d.C., ricorda che nelle assemblee cristiane si leggevano le "memorie degli apostoli che si chiamano vangeli" (Apologia I, 66 [PG 6,429]). I vangeli canonici sono quattro piccoli libri, in parte somiglianti, in parte diversi, che però formano un unico Vangelo, quello che un padre della Chiesa del II secolo, Ireneo di Lione, nel suo libro Contro le eresie (3,11,8-9 [SC 34,203]), scritto nel 180 d.C., chiamava "l'Evangelo quadriforme". I primi tre si chiamano "sinottici" perché – essendo in buona parte concordanti – se sono disposti su tre colonne parallele si possono leggere insieme, con un solo colpo d'occhio, cioè in "sinossi" (da syn: con, insieme, e opsis: vista). Il quarto, invece, segue una propria tradizione.
COME SI PRESENTANO A NOI OGGI? – Quanto alla lingua, noi li possediamo solo in greco; quanto al testo, non abbiamo a disposizione gli originali, ma solo delle copie, che sono però antichissime: alcune frammentarie, come quelle dei papiri provenienti dall'Egitto (conservati grazie al clima secco), altre complete, come quelle dei codici in pergamena. I papiri sono molto antichi: uno – il p52 – risale addirittura alla prima metà del II secolo (circa 120-130 d.C.) e riporta un brano del vangelo di Giovanni. I codici che contengono i quattro vangeli – alcuni dei quali risalgono al IV secolo, come il Codice Vaticano (detto B) scritto verso il 350 d.C. – sono circa 270. La tradizione della Chiesa che risale ai primi tempi del cristianesimo parla di quattro autori: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. In realtà, i vangeli si presentano senza il nome dei loro autori. Circa la data di composizione, l'opinione corrente degli studiosi contemporanei ritiene che Marco, usando diverse collezioni di tradizioni orali e forse scritte, compose il suo vangelo attorno al 70 d.C.; Matteo e Luca, lavorando indipendentemente, composero vangeli più lunghi tra il 70 e il 100 (più verosimilmente tra l'80 e il 90), combinando ed elaborando Marco, una collezione di detti di Gesù (che gli studiosi etichettano con la sigla Q) e tradizioni peculiari a Matteo e Luca (secondo la cosiddetta "ipotesi delle due fonti"). La composizione del vangelo di Giovanni è fissata tra il 90 e il 100.
Al di fuori dei quattro vangeli, il Nuovo Testamento offre pochissimo su Gesù. Spesso i testi sono scritti occasionali, che rispondono a precisi problemi e a concrete esigenze delle comunità cristiane, e non trattano direttamente della vita e dell'insegnamento di Gesù. Le poche notizie essenziali sulla sua figura (principalmente in Paolo) non sono contraddittorie rispetto ai vangeli. E possibile trovare qualche fonte indipendente di informazione sul Gesù storico al di fuori del Nuovo Testamento?
FLAVIO GIUSEPPE – Il primo e più importante "testimone" potenziale della vita e dell'attività di Gesù è un giudeo aristocratico, politico, opportunista e storico: Giuseppe ben Mattia (37/38 d.C. – poco dopo il 100), conosciuto come Flavio Giuseppe, nome assunto dai suoi protettori, gli imperatori della famiglia dei Flavi (Vespasiano e i suoi figli Tito e Domiziano). Scrisse due grandi opere – La guerra giudaica e le Antichità giudaiche – e in entrambe Gesù viene menzionato. Dal momento che il testo presente ne La guerra giudaica è un prodotto cristiano posteriore, anche gli altri due passi sono spuri?
"Essendo questo tipo di persona [cioè un sadduceo senza cuore], Anano, ritenendo di avere una favorevole opportunità, poiché Festo era morto e Albino era ancora in viaggio, convocò una riunione [lett.: sinedrio] di giudici e vi trascinò un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, chiamato Messia, e altri con lui. Li accusò di aver trasgredito la legge e li consegnò perché fossero lapidati" (Antichità giudaiche 20,9,1 § 200).
"In quel tempo apparve Gesù, un uomo saggio, se pure si può chiamarlo uomo. Infatti, fu operatore di fatti sorprendenti, un maestro di persone che accoglievano la verità con piacere. E si guadagno un seguito tra molti giudei e tra molti di origine greca. Egli era il Messia. E quando Pilato, per un'accusa portata dai nostri capi, lo condannò alla croce, quelli che lo avevano amato precedentemente non smisero di farlo. Infatti, apparve loro il terzo giorno nuovamente vivo, proprio come i divini profeti avevano detto su di lui queste e innumerevoli altre cose prodigiose. E fino a oggi, la tribù dei cristiani, che da lui prende il nome, non è scomparsa" (Antichità giudaiche 18,3,3 § 63-64).
ALTRI SCRITTORI PAGANI E GIUDEI – Lo storico Tacito (56/57 – 118 circa) scrisse come ultima grande opera della sua vita gli Annali (la storia di Roma dal 14 al 68 d.C.). Sfortunatamente non abbiamo alcuni libri e proprio la trattazione dal 29 al 32 d.C. è andata perduta. Tuttavia il nome di Gesù è ricordato in riferimento a Nerone: "Allora, per ridurre al silenzio la voce pubblica, Nerone creò dei colpevoli e sottopose alle più raffinate torture quelli che la gente comune chiamava ‘cristiani', [un gruppo] odiato per i loro abominevoli crimini. Il loro nome viene da Cristo, il quale durante il Regno di Tiberio, era stato giustiziato dal procuratore Ponzio Pilato. Repressa per breve tempo, la rovinosa superstizione riprese di nuovo forza, non solo in Giudea, il paese in cui ebbe origine questo male, ma anche nella città di Roma, in cui converge da ogni parte del mondo ed è ferventemente coltivata ogni sorte di pratica orrenda e vergognosa" (Annali 15,44).
Spesso si citano anche Svetonio (Claudius 25,4), Plinio il Giovane (Lettera 10,96) e Luciano di Samosata (Della morte di Peregrino), ma in effetti questi riferiscono semplicemente qualcosa di ciò che i primi cristiani dicevano o facevano e non si può dire che forniscono una testimonianza indipendente su Gesù stesso, se non sulla sua esistenza. Anche nelle più antiche fonti rabbiniche non c'è un riferimento chiaro, e neppure probabile, a Gesù di Nazareth.
GLI 'AGRAPHA' E I VANGELI APOCRIFI – Anche gli agrapha (cioè i "detti" di Gesù, poi messi per iscritto) e i vangeli apocrifi non forniscono dati utili. Sono piuttosto documenti che presentano la reazione a scritti del Nuovo Testamento o la loro rielaborazione da parte di rabbini giudei impegnati nella polemica o da cristiani fantasiosi che rispecchiavano la pietà e le leggende popolari.
Criteri per determinare ciò che proviene da Gesù
Se i quattro vangeli canonici risultano essere gli unici ampi documenti contenenti significativi blocchi di materiale rilevante per una ricerca sul Gesù storico, dal momento che questi sono anche fonti difficili – perché intrisi della fede pasquale della chiesa delle origini, altamente selettivi e ordinati secondo diverse prospettive teologiche – è possibile elaborare criteri chiari per discernere cosa si può giudicare storico nei vangeli?
Criteri principali Criteri secondari (o dubbi)
1. Il criterio dell'imbarazzo
1. Il criterio degli indizi aramaici
2. Il criterio della discontinuità
2. Il criterio dell'ambiente palestinese
3. Il criterio della molteplice attestazione
3. Il criterio della vivacità della narrazione
4. Il criterio della coerenza
4. Il criterio delle tendenze di sviluppo della tradizione sinottica
5. Il criterio del rifiuto e dell'esecuzione
5. Il criterio della presunzione storica
Nella nostra ricerca sul Gesù storico dipendiamo, in gran parte, dai quattro vangeli canonici. Poiché questi vangeli sono permeati dalla fede pasquale della chiesa primitiva e furono scritti tra i quaranta e i settant’anni dopo gli avvenimenti narrati, ci chiediamo: come possiamo distinguere ciò che proviene da Gesù (primo stadio, approssimativamente 28-30 d.C.) da ciò che fu creato dalla tradizione orale della chiesa delle origini (secondo stadio, dal 30-70 d.C. circa) e da ciò che fu prodotto dal lavoro editoriale (redazione) degli evangelisti (terzo stadio, dal 70 al 100 d.C. circa)? Da notare che tali criteri, di norma, possono produrre giudizi che sono solo più o meno probabili; è raro che si possa avere la certezza. Di fatto si tratta di passare dal meramente possibile al realmente probabile. Possiamo distinguere cinque criteri “principali” e cinque criteri “secondari” (o “dubbi”).
I CRITERI PRINCIPALI
1. Il criterio dell’imbarazzo – Il “criterio dell’imbarazzo” (o “di contraddizione”) concentra l’attenzione su azioni e detti di Gesù che avrebbero prodotto imbarazzo o creato difficoltà alla chiesa primitiva. Esempio fondamentale è il battesimo di Gesù: Marco lo riporta in modo misterioso e laconico, senza spiegazione (Mc 1,4-11); Matteo introduce un dialogo con il Battista (Mt 3,13-17); Luca escogita la soluzione sorprendente di non raccontare il fatto, ma darlo per avvenuto (Lc 3,19-22) e Giovanni, in modo radicale, non lo narra affatto, pur lasciando la testimonianza del Padre e la discesa dello Spirito su Gesù (Gv 1,29-34). Altri casi simili: l’affermazione di Gesù di non conoscere il giorno e l’ora della fine (Mc 13,32). Come tutti i criteri che esaminiamo, anche il criterio dell’imbarazzo ha i suoi limiti e deve essere sempre utilizzato in combinazione con gli altri.
2. Il criterio della discontinuità – Strettamente collegato al primo, il “criterio della discontinuità” (o della “dissomiglianza”, di “originalità”, o di “doppia irriducibilità”) si concentra su parole o fatti di Gesù che non possono derivare né dal giudaismo del tempo di Gesù né dalla chiesa primitiva dopo di lui. Esempi spesso proposti sono la radicale proibizione di ogni giuramento (Mt 5,34.37, ma cfr. Gc 5,12), il rigetto del digiuno volontario per i suoi discepoli (Mc 2,18-22 e paralleli) e forse la totale proibizione del divorzio (Mc 10,2-12 e paralleli; Lc 16,18 e paralleli). Questo criterio è il più promettente e il più malagevole: non possediamo una completa conoscenza del giudaismo del tempo di Gesù e del cristianesimo subito dopo di lui! Inoltre, se Gesù fosse stato così discontinuo con la storia religiosa a lui immediatamente precedente o successiva, nessuno lo avrebbe capito!
3. Il criterio della molteplice attestazione – Il “criterio della molteplice attestazione” (o “sezione trasversale”) si concentra su quei fatti o detti di Gesù che sono attestati in più di una fonte letteraria indipendente (per esempio: Marco, Q, Paolo, Giovanni) e/o in più di una forma o genere letterario (per esempio: parabola, racconto di disputa, racconto di miracolo, aforisma, profezia). Una ragione, ad esempio, per cui gli studiosi affermano così facilmente che Gesù parlò del “regno di Dio” (o “regno dei cieli”) è che la frase si trova in Marco, in Q, nella tradizione speciale matteana, nella tradizione speciale lucana e in Giovanni, con echi in Paolo, nonostante il fatto che “regno di Dio” non sia un modo di esprimersi preferito da Paolo. Nello stesso tempo la frase si trova in molti generi letterari (parabola, beatitudine, preghiera, aforisma, racconto di miracolo).
4. Il criterio della coerenza – Il “criterio della coerenza” (o di “accordo” o “conformità”) può essere assunto solo dopo che una certa quantità di materiale storico è stata isolata con i precedenti criteri. Tale criterio sostiene che altri detti e fatti di Gesù che sono ben congruenti con i preliminari “dati fondamentali” stabiliti usando i primi tre criteri hanno una buona probabilità di essere storici.
5. Il criterio del rifiuto e dell’esecuzione – Il “criterio del rifiuto e dell’esecuzione di Gesù” è assai differente dai primi quattro. Non indica direttamente se un determinato detto o fatto di Gesù è autentico. Piuttosto orienta la nostra attenzione al fatto storico che Gesù subì una fine violenta per mano dei capi giudei e romani, interrogandosi su quali parole e fatti storici di Gesù possano spiegare il suo processo e la sua crocifissione come “re dei giudei”. Anche se non dobbiamo trasformare Gesù in un violento rivoluzionario o in un sobillatore politico, certo quest’uomo non è stato un semplice poeta che passava il suo tempo a raccontare storielle, o un mite esteta che invitava semplicemente la gente a guardare i gigli del campo: un tale Gesù non minaccerebbe nessuno. Il Gesù storico minacciò, disturbò e irritò la gente, dagli interpreti della legge, passando per l’aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme, fino al prefetto romano che alla fine lo processò e lo crocifisse.
CRITERI SECONDARI (O DUBBI)
6. Il criterio degli indizi aramaici – Punta agli indizi di vocabolario, grammatica, sintassi, ritmo e rima aramaici nella versione greca dei detti di Gesù, come segnali di un detto autentico. In realtà vi sono alcuni problemi: 1) anche i primi cristiani erano in buon numero giudei palestinesi che parlavano aramaico; 2) un detto greco facilmente ritradotto in aramaico non per questo doveva essere scritto così in originale; molte forme considerate semitismi, in realtà possono riflettere il linguaggio della koiné greca, in uso presso lo strato meno colto della popolazione.
7. Il criterio dell’ambiente palestinese – Sono attendibili i detti di Gesù che riflettono abitudini concrete, credenze, procedure giudiziali, pratiche commerciali e agricole o condizioni sociali e politiche della Palestina del I secolo. Ma la Palestina abitata da cristiani giudei nel 33 d.C. non era affatto differente dalla Palestina abitata da Gesù nel 29 d.C. (Pilato rimase prefetto della Giudea fino al 36 d.C., Erode tetrarca della Galilea fino al 39 d.C. e Caifa sommo sacerdote fino al 36 o 37 d.C.; le altre condizioni religiose, sociali e commerciali, ovviamente, durarono molto più lungo.
8. Il criterio della vivacità della narrazione – Vivacità e dettagli concreti sono indicatori di un resoconto fatto da testimoni oculari. Tuttavia tale narrazione potrebbe portarci alla tradizione orale, ma non è detto che conduca necessariamente a Gesù stesso. Inoltre, davanti a narrazioni succinte occorre ritenerle autentiche.
9. Il criterio delle tendenze di sviluppo della tradizione sinottica – E’ un criterio molto discutibile, utilizzato dai critici della forma, come Rudolf Bultmann, che pensavano di poter isolare le leggi di sviluppo entro la tradizione sinottica (da Marco a Matteo a Luca). Ma tali leggi – ammesso che ci siano – sono applicabili anche alla tradizione orale e alle altre fonti?
10. Il criterio della presunzione storica – Tale criterio, altrettanto discutibile, porta nel pieno del dibattito su chi graviti l’ “onere della prova”: dalla parte del critico che nega la storicità o dalla parte del critico che la afferma? Chi pone l’accento sui decenni che separano gli avvenimenti originali e la stesura dei vangeli chiede a quanti pretendono di isolare un detto o un fatto originale di Gesù di portarne le prove. All’opposto, coloro che mettono l’accento sul fatto che i testimoni oculari del ministero di Gesù erano i capi della chiesa primitiva, fedele alla tradizione, concludono che l’onere della prova è a carico di coloro che vogliono screditare la credibilità storica dei vangeli.
Conclusione – L’uso di validi criteri più che una scienza è un’arte, che richiede sensibilità ai singoli casi più che una applicazione meccanica. E tale arte produce solo vari gradi di probabilità, non una assoluta certezza. Ma una certezza morale non è che un grado molto alto di probabilità!
http://holy.harmoniae.com/gesu_02_storicita.htm
Il valore storico dei vangeli
Le fonti
I LIBRI CANONICI DEL NUOVO TESTAMENTO – La fonte principale della nostra conoscenza sul Gesù storico è anche il problema principale: i quattro vangeli canonici che i cristiani considerano parte del Nuovo Testamento. Essi mirano prima di tutto a proclamare e a rafforzare la fede in Gesù come Figlio di Dio, Signore e Messia. Non intendono né pretendono dare qualcosa di simile a una narrazione completa, e neanche sommaria, della vita di Gesù. da qui l'impossibilità di stendere una "biografia" di Gesù in senso moderno.
Il termine "vangelo" viene dal greco euanghelion (latino: evangelium) e significa "buona notizia", "lieto messaggio". Questo messaggio – trasmesso oralmente – ha come suo contenuto essenziale la persona di Gesù, il suo insegnamento, la sua morte e risurrezione. Solo agli inizi del II secolo (dal 100 d.C.) si comincia a usare il termine "vangelo" per indicare quei testi che contengono il messaggio di Gesù, messo nel frattempo per iscritto. Così Giustino, verso il 150 d.C., ricorda che nelle assemblee cristiane si leggevano le "memorie degli apostoli che si chiamano vangeli" (Apologia I, 66 [PG 6,429]). I vangeli canonici sono quattro piccoli libri, in parte somiglianti, in parte diversi, che però formano un unico Vangelo, quello che un padre della Chiesa del II secolo, Ireneo di Lione, nel suo libro Contro le eresie (3,11,8-9 [SC 34,203]), scritto nel 180 d.C., chiamava "l'Evangelo quadriforme". I primi tre si chiamano "sinottici" perché – essendo in buona parte concordanti – se sono disposti su tre colonne parallele si possono leggere insieme, con un solo colpo d'occhio, cioè in "sinossi" (da syn: con, insieme, e opsis: vista). Il quarto, invece, segue una propria tradizione.
COME SI PRESENTANO A NOI OGGI? – Quanto alla lingua, noi li possediamo solo in greco; quanto al testo, non abbiamo a disposizione gli originali, ma solo delle copie, che sono però antichissime: alcune frammentarie, come quelle dei papiri provenienti dall'Egitto (conservati grazie al clima secco), altre complete, come quelle dei codici in pergamena. I papiri sono molto antichi: uno – il p52 – risale addirittura alla prima metà del II secolo (circa 120-130 d.C.) e riporta un brano del vangelo di Giovanni. I codici che contengono i quattro vangeli – alcuni dei quali risalgono al IV secolo, come il Codice Vaticano (detto B) scritto verso il 350 d.C. – sono circa 270. La tradizione della Chiesa che risale ai primi tempi del cristianesimo parla di quattro autori: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. In realtà, i vangeli si presentano senza il nome dei loro autori. Circa la data di composizione, l'opinione corrente degli studiosi contemporanei ritiene che Marco, usando diverse collezioni di tradizioni orali e forse scritte, compose il suo vangelo attorno al 70 d.C.; Matteo e Luca, lavorando indipendentemente, composero vangeli più lunghi tra il 70 e il 100 (più verosimilmente tra l'80 e il 90), combinando ed elaborando Marco, una collezione di detti di Gesù (che gli studiosi etichettano con la sigla Q) e tradizioni peculiari a Matteo e Luca (secondo la cosiddetta "ipotesi delle due fonti"). La composizione del vangelo di Giovanni è fissata tra il 90 e il 100.
Al di fuori dei quattro vangeli, il Nuovo Testamento offre pochissimo su Gesù. Spesso i testi sono scritti occasionali, che rispondono a precisi problemi e a concrete esigenze delle comunità cristiane, e non trattano direttamente della vita e dell'insegnamento di Gesù. Le poche notizie essenziali sulla sua figura (principalmente in Paolo) non sono contraddittorie rispetto ai vangeli. E possibile trovare qualche fonte indipendente di informazione sul Gesù storico al di fuori del Nuovo Testamento?
FLAVIO GIUSEPPE – Il primo e più importante "testimone" potenziale della vita e dell'attività di Gesù è un giudeo aristocratico, politico, opportunista e storico: Giuseppe ben Mattia (37/38 d.C. – poco dopo il 100), conosciuto come Flavio Giuseppe, nome assunto dai suoi protettori, gli imperatori della famiglia dei Flavi (Vespasiano e i suoi figli Tito e Domiziano). Scrisse due grandi opere – La guerra giudaica e le Antichità giudaiche – e in entrambe Gesù viene menzionato. Dal momento che il testo presente ne La guerra giudaica è un prodotto cristiano posteriore, anche gli altri due passi sono spuri?
"Essendo questo tipo di persona [cioè un sadduceo senza cuore], Anano, ritenendo di avere una favorevole opportunità, poiché Festo era morto e Albino era ancora in viaggio, convocò una riunione [lett.: sinedrio] di giudici e vi trascinò un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, chiamato Messia, e altri con lui. Li accusò di aver trasgredito la legge e li consegnò perché fossero lapidati" (Antichità giudaiche 20,9,1 § 200).
"In quel tempo apparve Gesù, un uomo saggio, se pure si può chiamarlo uomo. Infatti, fu operatore di fatti sorprendenti, un maestro di persone che accoglievano la verità con piacere. E si guadagno un seguito tra molti giudei e tra molti di origine greca. Egli era il Messia. E quando Pilato, per un'accusa portata dai nostri capi, lo condannò alla croce, quelli che lo avevano amato precedentemente non smisero di farlo. Infatti, apparve loro il terzo giorno nuovamente vivo, proprio come i divini profeti avevano detto su di lui queste e innumerevoli altre cose prodigiose. E fino a oggi, la tribù dei cristiani, che da lui prende il nome, non è scomparsa" (Antichità giudaiche 18,3,3 § 63-64).
ALTRI SCRITTORI PAGANI E GIUDEI – Lo storico Tacito (56/57 – 118 circa) scrisse come ultima grande opera della sua vita gli Annali (la storia di Roma dal 14 al 68 d.C.). Sfortunatamente non abbiamo alcuni libri e proprio la trattazione dal 29 al 32 d.C. è andata perduta. Tuttavia il nome di Gesù è ricordato in riferimento a Nerone: "Allora, per ridurre al silenzio la voce pubblica, Nerone creò dei colpevoli e sottopose alle più raffinate torture quelli che la gente comune chiamava ‘cristiani', [un gruppo] odiato per i loro abominevoli crimini. Il loro nome viene da Cristo, il quale durante il Regno di Tiberio, era stato giustiziato dal procuratore Ponzio Pilato. Repressa per breve tempo, la rovinosa superstizione riprese di nuovo forza, non solo in Giudea, il paese in cui ebbe origine questo male, ma anche nella città di Roma, in cui converge da ogni parte del mondo ed è ferventemente coltivata ogni sorte di pratica orrenda e vergognosa" (Annali 15,44).
Spesso si citano anche Svetonio (Claudius 25,4), Plinio il Giovane (Lettera 10,96) e Luciano di Samosata (Della morte di Peregrino), ma in effetti questi riferiscono semplicemente qualcosa di ciò che i primi cristiani dicevano o facevano e non si può dire che forniscono una testimonianza indipendente su Gesù stesso, se non sulla sua esistenza. Anche nelle più antiche fonti rabbiniche non c'è un riferimento chiaro, e neppure probabile, a Gesù di Nazareth.
GLI 'AGRAPHA' E I VANGELI APOCRIFI – Anche gli agrapha (cioè i "detti" di Gesù, poi messi per iscritto) e i vangeli apocrifi non forniscono dati utili. Sono piuttosto documenti che presentano la reazione a scritti del Nuovo Testamento o la loro rielaborazione da parte di rabbini giudei impegnati nella polemica o da cristiani fantasiosi che rispecchiavano la pietà e le leggende popolari.
Criteri per determinare ciò che proviene da Gesù
Se i quattro vangeli canonici risultano essere gli unici ampi documenti contenenti significativi blocchi di materiale rilevante per una ricerca sul Gesù storico, dal momento che questi sono anche fonti difficili – perché intrisi della fede pasquale della chiesa delle origini, altamente selettivi e ordinati secondo diverse prospettive teologiche – è possibile elaborare criteri chiari per discernere cosa si può giudicare storico nei vangeli?
Criteri principali Criteri secondari (o dubbi)
1. Il criterio dell'imbarazzo
1. Il criterio degli indizi aramaici
2. Il criterio della discontinuità
2. Il criterio dell'ambiente palestinese
3. Il criterio della molteplice attestazione
3. Il criterio della vivacità della narrazione
4. Il criterio della coerenza
4. Il criterio delle tendenze di sviluppo della tradizione sinottica
5. Il criterio del rifiuto e dell'esecuzione
5. Il criterio della presunzione storica
Nella nostra ricerca sul Gesù storico dipendiamo, in gran parte, dai quattro vangeli canonici. Poiché questi vangeli sono permeati dalla fede pasquale della chiesa primitiva e furono scritti tra i quaranta e i settant’anni dopo gli avvenimenti narrati, ci chiediamo: come possiamo distinguere ciò che proviene da Gesù (primo stadio, approssimativamente 28-30 d.C.) da ciò che fu creato dalla tradizione orale della chiesa delle origini (secondo stadio, dal 30-70 d.C. circa) e da ciò che fu prodotto dal lavoro editoriale (redazione) degli evangelisti (terzo stadio, dal 70 al 100 d.C. circa)? Da notare che tali criteri, di norma, possono produrre giudizi che sono solo più o meno probabili; è raro che si possa avere la certezza. Di fatto si tratta di passare dal meramente possibile al realmente probabile. Possiamo distinguere cinque criteri “principali” e cinque criteri “secondari” (o “dubbi”).
I CRITERI PRINCIPALI
1. Il criterio dell’imbarazzo – Il “criterio dell’imbarazzo” (o “di contraddizione”) concentra l’attenzione su azioni e detti di Gesù che avrebbero prodotto imbarazzo o creato difficoltà alla chiesa primitiva. Esempio fondamentale è il battesimo di Gesù: Marco lo riporta in modo misterioso e laconico, senza spiegazione (Mc 1,4-11); Matteo introduce un dialogo con il Battista (Mt 3,13-17); Luca escogita la soluzione sorprendente di non raccontare il fatto, ma darlo per avvenuto (Lc 3,19-22) e Giovanni, in modo radicale, non lo narra affatto, pur lasciando la testimonianza del Padre e la discesa dello Spirito su Gesù (Gv 1,29-34). Altri casi simili: l’affermazione di Gesù di non conoscere il giorno e l’ora della fine (Mc 13,32). Come tutti i criteri che esaminiamo, anche il criterio dell’imbarazzo ha i suoi limiti e deve essere sempre utilizzato in combinazione con gli altri.
2. Il criterio della discontinuità – Strettamente collegato al primo, il “criterio della discontinuità” (o della “dissomiglianza”, di “originalità”, o di “doppia irriducibilità”) si concentra su parole o fatti di Gesù che non possono derivare né dal giudaismo del tempo di Gesù né dalla chiesa primitiva dopo di lui. Esempi spesso proposti sono la radicale proibizione di ogni giuramento (Mt 5,34.37, ma cfr. Gc 5,12), il rigetto del digiuno volontario per i suoi discepoli (Mc 2,18-22 e paralleli) e forse la totale proibizione del divorzio (Mc 10,2-12 e paralleli; Lc 16,18 e paralleli). Questo criterio è il più promettente e il più malagevole: non possediamo una completa conoscenza del giudaismo del tempo di Gesù e del cristianesimo subito dopo di lui! Inoltre, se Gesù fosse stato così discontinuo con la storia religiosa a lui immediatamente precedente o successiva, nessuno lo avrebbe capito!
3. Il criterio della molteplice attestazione – Il “criterio della molteplice attestazione” (o “sezione trasversale”) si concentra su quei fatti o detti di Gesù che sono attestati in più di una fonte letteraria indipendente (per esempio: Marco, Q, Paolo, Giovanni) e/o in più di una forma o genere letterario (per esempio: parabola, racconto di disputa, racconto di miracolo, aforisma, profezia). Una ragione, ad esempio, per cui gli studiosi affermano così facilmente che Gesù parlò del “regno di Dio” (o “regno dei cieli”) è che la frase si trova in Marco, in Q, nella tradizione speciale matteana, nella tradizione speciale lucana e in Giovanni, con echi in Paolo, nonostante il fatto che “regno di Dio” non sia un modo di esprimersi preferito da Paolo. Nello stesso tempo la frase si trova in molti generi letterari (parabola, beatitudine, preghiera, aforisma, racconto di miracolo).
4. Il criterio della coerenza – Il “criterio della coerenza” (o di “accordo” o “conformità”) può essere assunto solo dopo che una certa quantità di materiale storico è stata isolata con i precedenti criteri. Tale criterio sostiene che altri detti e fatti di Gesù che sono ben congruenti con i preliminari “dati fondamentali” stabiliti usando i primi tre criteri hanno una buona probabilità di essere storici.
5. Il criterio del rifiuto e dell’esecuzione – Il “criterio del rifiuto e dell’esecuzione di Gesù” è assai differente dai primi quattro. Non indica direttamente se un determinato detto o fatto di Gesù è autentico. Piuttosto orienta la nostra attenzione al fatto storico che Gesù subì una fine violenta per mano dei capi giudei e romani, interrogandosi su quali parole e fatti storici di Gesù possano spiegare il suo processo e la sua crocifissione come “re dei giudei”. Anche se non dobbiamo trasformare Gesù in un violento rivoluzionario o in un sobillatore politico, certo quest’uomo non è stato un semplice poeta che passava il suo tempo a raccontare storielle, o un mite esteta che invitava semplicemente la gente a guardare i gigli del campo: un tale Gesù non minaccerebbe nessuno. Il Gesù storico minacciò, disturbò e irritò la gente, dagli interpreti della legge, passando per l’aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme, fino al prefetto romano che alla fine lo processò e lo crocifisse.
CRITERI SECONDARI (O DUBBI)
6. Il criterio degli indizi aramaici – Punta agli indizi di vocabolario, grammatica, sintassi, ritmo e rima aramaici nella versione greca dei detti di Gesù, come segnali di un detto autentico. In realtà vi sono alcuni problemi: 1) anche i primi cristiani erano in buon numero giudei palestinesi che parlavano aramaico; 2) un detto greco facilmente ritradotto in aramaico non per questo doveva essere scritto così in originale; molte forme considerate semitismi, in realtà possono riflettere il linguaggio della koiné greca, in uso presso lo strato meno colto della popolazione.
7. Il criterio dell’ambiente palestinese – Sono attendibili i detti di Gesù che riflettono abitudini concrete, credenze, procedure giudiziali, pratiche commerciali e agricole o condizioni sociali e politiche della Palestina del I secolo. Ma la Palestina abitata da cristiani giudei nel 33 d.C. non era affatto differente dalla Palestina abitata da Gesù nel 29 d.C. (Pilato rimase prefetto della Giudea fino al 36 d.C., Erode tetrarca della Galilea fino al 39 d.C. e Caifa sommo sacerdote fino al 36 o 37 d.C.; le altre condizioni religiose, sociali e commerciali, ovviamente, durarono molto più lungo.
8. Il criterio della vivacità della narrazione – Vivacità e dettagli concreti sono indicatori di un resoconto fatto da testimoni oculari. Tuttavia tale narrazione potrebbe portarci alla tradizione orale, ma non è detto che conduca necessariamente a Gesù stesso. Inoltre, davanti a narrazioni succinte occorre ritenerle autentiche.
9. Il criterio delle tendenze di sviluppo della tradizione sinottica – E’ un criterio molto discutibile, utilizzato dai critici della forma, come Rudolf Bultmann, che pensavano di poter isolare le leggi di sviluppo entro la tradizione sinottica (da Marco a Matteo a Luca). Ma tali leggi – ammesso che ci siano – sono applicabili anche alla tradizione orale e alle altre fonti?
10. Il criterio della presunzione storica – Tale criterio, altrettanto discutibile, porta nel pieno del dibattito su chi graviti l’ “onere della prova”: dalla parte del critico che nega la storicità o dalla parte del critico che la afferma? Chi pone l’accento sui decenni che separano gli avvenimenti originali e la stesura dei vangeli chiede a quanti pretendono di isolare un detto o un fatto originale di Gesù di portarne le prove. All’opposto, coloro che mettono l’accento sul fatto che i testimoni oculari del ministero di Gesù erano i capi della chiesa primitiva, fedele alla tradizione, concludono che l’onere della prova è a carico di coloro che vogliono screditare la credibilità storica dei vangeli.
Conclusione – L’uso di validi criteri più che una scienza è un’arte, che richiede sensibilità ai singoli casi più che una applicazione meccanica. E tale arte produce solo vari gradi di probabilità, non una assoluta certezza. Ma una certezza morale non è che un grado molto alto di probabilità!
http://holy.harmoniae.com/gesu_02_storicita.htm
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